venerdì 25 febbraio 2011

Quello che mi serve

Tutto quello che mi serve è l’amore. Non mi importa del resto. Non mi importa di tutto quel prendere, di tutto quell’arraffare corpi, di raccogliere conquiste e numeri.

Tutto quello che mi serve è solo l’amore. Conoscere un essere unico, inimitabile nel suo profondo. Sentire la sua unicità, sentire il bisogno indomabile di rendere felice quell’essere e di gioire della sua gioia.

Non mi interessa raccogliere potere, fare degli altri il campo di espansione del mio ego stupido. Non mi interessa dire di avere avuto mille donne, non mi importa avere attraversato mille storie solo nei loro primi cinque minuti. Tutto quello che mi serve è solo e soltanto l’amore. L’amore di una sola persona è quello che voglio, quello che mi serve.

Non mi interessano i soldi, non mi serve il prestigio o l’approvazione della gente. Non mi curo dell’invidia. Non guardo a queste cose, non mi interessano. Mi serve solo l’amore, quello che non può finire mai.

Non mi interessa faticare per avere mille oggetti inutili, voglio solo faticare per amare il più a fondo ed il più a lungo possibile. Mi serve solo l’amore per sentirmi vivo. Non voglio altro. Mi serve solo l’amore.

Non mi interessa aumentare la stima di me stesso attraverso l’amore di un altro essere. Mi interessa costruire il mio amore immenso. Mi interessa soltanto sentirmi continuamente affamato di un altro essere, affamato della sua gioia.

Questo è ciò che mi serve e che non può finire mai. Tutto il resto è davvero inutile e tutto il resto passa stupidamente e troppo velocemente. Tutto il resto non mi interessa.

Mi interessa solo questa musica, che non potrà finire mai.


Rubai (N. Hikmet)

È l'alba. S'illumina il mondo

come l'acqua che lascia cadere sul fondo

le sue impurità. E sei tu, all'improvviso

tu, mio amore, nel chiarore infinito

di fronte a me.

Giorno d'inverno, senza macchia, trasparente

come vetro. Addentare la polpa candida e sana

d'un frutto. Amarti, mia rosa, somiglia

all'aspirare l'aria in un bosco di pini.

Chi sa, forse non ci ameremmo tanto

se le nostre anime non si vedessero da lontano

non saremmo così vicini, chi sa,

se la sorte non ci avesse divisi.

È così, mio usignolo, tra te e me

c'è solo una differenza di grado:

tu hai le ali e non puoi volare

io ho le mani e non posso pensare.

Finito, dirà un giorno madre Natura

finito di ridere e di piangere

e sarà ancora la vita immensa

che non vede non parla non pensa.


La maggioranza

"M'è odioso essere scaltro, pensava il capitano, quando realmente non ti senti scaltro e non desideri esserlo. Procedere serpeggiando, fare progetti e sentirti grande mentre li fai. Odio questa sensazione di credere di fare ciò ch'è giusto, quando non sono affatto sicuro di farlo. Chi siamo noi, del resto? La maggioranza? E' questa la risposta? La maggioranza è sempre sacra, non è vero? Sempre, sempre; non sbaglia mai, nemmeno per una minuscola frazione d'un minuscolo insignificante momentino? Mai una volta nemmeno in dieci milioni di anni'? Ma in fin dei conti, pensava il capitano, che cos'è questa maggioranza e da chi è composta? E che cosa pensa?, come fa a fare quello che fa, non cambierà mai? E io, soprattutto, come ho fatto a trovarmici in mezzo, a questa marcia maggioranza? Non mi trovo bene, io. Si tratta forse di claustrofobia, di paura della folla, o semplicemente di buon senso? Può un uomo solo avere ragione, mentre tutto il resto del mondo è convinto di avere ragione lui? Meglio non pensarci. Strisciamo pure come serpi, pronti a colpire e tiriamo pure il grilletto al momento giusto. Su, forza!"

(da Cronache marziane, Ray Bradbury).

Gente di destra

Non sono una persona radicale, in fondo. Credo nel valore del dialogo, apprezzo il valore della diversità culturale; parto dall'idea che incontrare l'altro sia soltanto formativo per la mia esperienza umana; mi piace pensare che una prospettiva di lettura della realtà e della società possa costituire momenti di arricchimento. Credo profondamente che la democrazia e la civiltà di un Paese si fondino sul livello di garanzia del pluralismo e sulla libertà di confronto tra maggioranza e minoranza. Credo nel rispetto delle idee altrui.

Tuttavia, credo anche nella libertà intellettuale come valore assoluto che deve guidare i comportamenti prima ancora delle parole.

Ed allora mi dispiace dire adesso qualcosa che potrebbe colpire i miei contatti di un'area politica ben definita perchè tra loro ci sono anche persone che stimo molto ed a cui voglio molto bene.

Però penso che sia il momento di dire basta al fatto di pensare che nella destra Berlusconiana ci siano tante persone valide con cui provare a tessere un dialogo costruttivo. Purtroppo, quell'area politica raccoglie molta gente che ha come valore di riferimento il denaro, il carrierismo, le forme di distribuzione della ricchezza indifferenti allo stato sociale ed ai poveri; raccoglie molta gente che vede negli oggetti i simboli della felicità, che non è non aperta al dialogo, che vede nella gente di sinistra gente "deviata", che quando si parla di diritti ed uguaglianza ti guarda come un eretico terrorista; che ha il mito del divertimento frivolo e senza contenuti, che non ha il minimo interesse per la cultura di contenuto e che sempre è pronta a giustificare interventi militari, critiche alla magistratura, contrasto agli immigrati al limite dell'umanità, politiche del precariato o, persino, a provare goffamente di trovare giustificazione a qualche presunta ed ancestrale pseudo etica mafiosa.

Io sono stanco di questa cultura indifferente al bene comune ed ai contenuti.

Non credo più all'idea che si possa costruire un dialogo effettivo. Ci ho provato, spesso, più volte. Ho provato a superare i miei naturali pregiudizi, ho fatto la mia parte. Sono andato al di là dell'apparenza, al di là dell'attenzione per il vestito costoso, al di là delle parole nette, delle poche aperture al dialogo. Ho cercato di superare la barriera, di comprendere le ragioni dell'altro, di esporre i miei punti di vista senza disprezzare quello dell'altro. Ho cercato di non essere razzista e superbo come molti di sinistra usano fare. Ho cercato di porre discussioni sul piano degli argomenti anziché su quello dei simboli. Ho dato la possibilità di spiegarmi, di farmi capire, di imparare qualcosa.

Adesso però ho capito chiaramente che c'è poco da imparare e da capire. La maggior parte dei pidiellini di questo Paese è gente indifferente ai problemi del Paese, passiva culturalmente, interessata solo al proprio orticello, per nulla propensa a mettersi in discussione, chiusa ed assai faziosa. La maggior parte di quella gente è legata a valori assurdi, fondati sulle sciocchezze che Berlusconi ha propinato a questo Paese in decenni di dittatura televisiva.

E' tempo allora di segnare profonde differenze tra chi sta da una parte e tra chi sta dall'altra. Possiamo trovare sempre punti di contatto nel dialogo ma non possiamo fingere che ogni posizione vada bene ed ogni parola sia eguale. Il valore è dato dalle scelte e dalle differenze tra le persone. Io non mi sento parte di questo sistema culturale, io ne sono estraneo e rivendico la mia diversità. Ovviamente questo non implica che sia miope dinanzi alle bassezze culturali della sinistra più borghese ed opulenta. Sono ben consapevole dei guasti che ha portato una parte del mondo del '68 a questo Paese, visto che i figli di quella rivoluzione oggi sono panciuti professori universitari che predicano cose retoriche e senza senso dagli scranni di un potere per pochi.

Però io sono per gente come Saviano, come Lirio Abbate, come Zagrebelsky, come Rodotà, come Rosario Crocetta. Io non sono per "tutto quello che è di sinistra va bene"; io sono molto critico perchè rivendico la mia libertà intellettuale. Ma sono bene da che parte mi trovo e quale è la mia identità.

D'ora in avanti posso propormi solo di apprezzare e difendere quelle singole persone di destra, oneste, che conosco personalmente che mi hanno dimostrato nel tempo di avere valori solidi, intelligenza, libertà intellettuale e delle quali posso solo parlar bene perchè, al di là, dell'affetto ne riconosco il primato morale. E queste persone non vanno neppure nominate perchè sanno che mi riferisco a loro.

Per il resto non apprezzo il modello culturale che è stato proposto in Italia come prevalente in questi ultimi dieci anni. Esso va fortemente criticato e superato per far risorgere questo Paese dallo stato di scarso amor proprio e poca dignità etica in cui oggi si trova a vivere e del quale, tutti quanti noi, senza distinzioni subiamo le fastidiose conseguenze.

Persone di consumo e consumo di persone

Ho letto da qualche parte che siamo una società liquida. La liquidità delle cose non trova differenza nella liquidità dei rapporti e delle persone. Siamo immersi in un fluido generale, un blob che travolge tutto mistificando uguaglianza, eliminando le differenze, degradando i valori delle cose e delle persone ad assiomi tutti uguali perché senza contenuto.

Siamo davvero una società liquida, in cui l’unica cosa consistente per la maggioranza delle persone sono i beni di consumo: i beni di consumo sono l’unica cosa tangibile. Il consumismo non ha creato solo l’abitudine al consumo ma ha creato una figura nuova: il valore del consumo. Il concetto fondamentale delle nostre società occidentali – e, quindi, di quella italiana – è che ogni cosa è destinata a fluire, ad avere un momento di esposizione nella vetrina, un momento di scelta, un momento di acquisizione, un momento di consumo, un momento di smaltimento.

Il punto problematico di questo fenomeno è che il meccanismo dei beni di consumo e del consumo dei beni come valore assoluto della società liquida fa sì che la nostra cultura di massa non riesce sempre ad astrarre il concetto di cosa ed il concetto di persone. La cronaca dimostra che il denaro compra tutto, persino i corpi, persino la dignità, persino la libertà. E se il denaro compra tutto significa che tutto è in vendita, cioè che anche le persone sono cose a cui applicare le regole dei beni di consumo.

Le persone sono beni di consumo, non per me ovviamente. Ma per la maggior parte delle persone la cultura del consumo non distingue tra l’individuo, il vestito e la macchina perchè, in fondo, ciò che compone il valore di un bene, in senso lato, è la sua fungibilità e la sua disponibilità per l’acquisizione sul mercato. E, in questo senso, persone sul mercato ce ne sono tante come, allo stesso modo, i centri commerciali espongono ogni tipo di merce.

Credo che sia un meccanismo inarrestabile. La televisione insegna che il tempo non è più il tempo del sole e della luna o il tempo dell’anima o il tempo della strada da percorrere tra una città e l’altra. Il tempo è solo il tempo televisivo: l’essere presente o l’essere assente, l’essere visibile o l’essere invisibile, l’essere sul mercato o l’essere fuori mercato, l’essere prodotto di consumo, prodotto ancora vendibile o invece prodotto ormai in scadenza.

E, così allo stesso modo, i rapporti tra alcune persone si sviluppano secondo il dogma della fungibilità: le persone sono beni accessibili, disponibili sul mercato ma perfettamente sostituibili. La presenza di una persona, la sua importanza, dipende dalla sua capacità di soddisfazione di bisogni egoistici, il valore di una persona dipende dal suo potere “mediatico”, cioè dalla sua capacità di suscitare attrazione nel sapersi proporre come prodotto vendibile. Ed in questa legge di consumo diffuso il valore speciale, profondo dell’essere individuo diventa una sorta di aspetto mediaticamente fallimentare. Parlare di sé, dei propri dubbi, dire “questo non mi piace” equivale a proporsi come quei programmi di approfondimento sui temi dell’economia che la Rai ogni tanto manda in onda a notte fonda e che solo qualche pazzo scriteriato insonne riuscirà a vedere, in preda ai fumi di qualche sostanza più o meno lecita.

Questa è la cultura in cui siamo depositati. Possiamo combattere per un alternativa?

Io credo nel valore della responsabilità. Credo nel principio di esigibilità. Credo che le nostre scelte provengano da un margine di libertà che anche noi stessi con la nostra critica e la nostra lotta siamo in grado di concederci.

Ma il rimprovero o l’assenza di rimprovero che si collega all’esigibilità di un comportamento presuppone in primo luogo il raggiungimento nell’individuo di uno stadio di consapevolezza e di libertà che consenta la valutazione necessaria per una scelta responsabile. Se manca la libertà di scelta o se questa è fortemente limitata (come nello stato di necessità, come nella coazione morale, come nel vizio di mente) il senso di valore o di disvalore di un comportamento risulta necessariamente e proporzionalmente condizionato. Se la libertà è quella che ci concedono i media (gli imbonitori che suggeriscono diete smaglianti e futuri trionfanti , come diceva Guccini) la nostra responsabilità discende inevitabilmente da quella fetta magra di spazio del consenso che ci è concessa. In questo modo, gli italiani, per lo più, sono diventati passivi in tutto: passivi davanti al televisore, passivi nelle scelte di consumatori di beni, passivi nelle scelte – in termini eguali – di consumatori di persone e di rapporti. Il livello di consapevolezza e quindi di esigibilità applicabile è quello che si applica a dei bambini o a degli infermi di mente.

Abbiamo il risultato di una società di massa composta da molte persone facilmente plasmabili, passive, poco evolute e, dunque, irresponsabili. Questo è il risultato a cui mirano i media e gli strateghi del marketing: studiare i comportamenti, le relazioni umane, gli spazi di scelta delle persone e limitare questi spazi di scelta orientando i nostri bisogni. Nella massa gli spazi di scelta vengono annullati a zero perché i bisogni vengono creati artificialmente; i media non concedono alcuna libertà perché educano i giudizi e le analisi delle masse nella creazione della percezione del bisogno e nella costruzione di una forma personale di felicità. La felicità non è più un bene individuale, unico, personale: la felicità è un prodotto di mercato, condiviso in una dimensione comune. Essere felici o cercare di essere felici non è più un’esperienza unica, libera; non è più una ricerca, una conquista difficile, travagliata ma libera. Essere felici equivale semplicemente ad applicare alcuni parametri che i media hanno costruito e, sulla base di quelle coordinate imposte, operare una scelta del bene o della persona migliore. La scelta, dunque, anche di una persona non è più una scelta libera, individuale; anch’essa è solo il prodotto prevedibile, ripetibile, conoscibile, di una scelta di mercato.

Il problema, dunque, è proprio qui. Il vortice della schiavizzazione alla cultura del consumo non ha avuto freni e non ha distinto tra cose e persone, creando una pericolosissima identificazione fra res e corpo. In questo stato di cose l’anima, i sentimenti delle persone (o come preferite chiamare il frullatore che abbiamo dentro) non hanno alcun ruolo; sono, al contrario, un ingombro nella misura in cui non si possono vendere o non si possono comprare.

I media hanno modificato i costumi di questo Paese, hanno creato un fascismo dei sentimenti che impone modelli di linguaggio conforme, standardizzato, omologato insostenibili nella costruzione di identità consapevoli.

Cosa possiamo esigere da un popolo di lobotomizzati dalla televisione berlusconiana? Cosa possiamo attenderci dai figli di Maria De Filippi, Alessia Marcuzzi, Simona Ventura e Barbara D’Urso? Cloni, cloni di corpi perfetti senza anima che inseguono altri corpi perfetti senza anima e che, come nel cambio d’abito di Sanremo, li sostituiscono con nuovi corpi perfetti senza anima.

Le persone sono plasmate dalla violenza e dalla aggressività di un programma come “Uomini e donne” fino alle ossa; si tratta di un esperimento di educazione delle masse senza precedenti, che accomuna queste ninfette e questi galli palestrati ai giovani balilla di un tempo. Tutti soldati pronti alla guerra del consumo di massa: creare individui e relazioni umane in cui è la res (e, dunque, il profitto) il criterio di orientamento e non la persona con la meravigliosa portata anarchica dei sentimenti. Gli strumenti di seduzione non sono più le parole, sono gli oggetti; il prezzo di un legame è il potere di acquisto di una persona; solo il bisogno individuale e la propensione al consumo animano la tensione verso qualcuno. E’ uno stato assolutamente mercificante dei rapporti umani; un’apocalisse di esseri reciprocamente consumanti e consumati. E ci sono pochi rimedi.

E’ necessaria la critica, la ribellione alla società del consumo perché nessuno di noi è un bene fungibile, nessuno di noi è sostituibile. Io credo nel valore della persona; io credo nella potenza anarchica dell’amore. Ognuno di noi è una storia unica; il valore di una persona è quello di un capolavoro assoluto, senza prezzo. Dobbiamo aprire le catene della schiavitù del consumo per avere una libertà maggiore da cui far discendere un maggior livello di responsabilità.

La massimizzazione della critica porta ad una massimizzazione della libertà e, dunque, ad un incremento del nostro livello di esigibilità di comportamenti più umani, più consapevoli, meno meccanici, meno robotici nelle relazioni umani.

Dobbiamo spegnare la televisione e aprire gli occhi e le orecchie e educarci di più all’amore, al vederci nudi e senza abiti.

Dobbiamo recuperare la forza della parola e della sincerità: gli attimi sono troppo sfuggenti ed il tempo sempre troppo poco. Io voglio una società più umana, in cui ci siano più anarchici e meno robot, più abbracci e meno frasi di situazione.

Se nessuno dovesse spegnere la tv o, almeno abbassare un po’ il volume, teniamoci stretti quei pochi veri amici che ci sono rimasti e si salvi chi può.

Se tutto vuole andare in malora che ci vada pure, ma almeno non a nome mio.

La precarietà dei sentimenti

Il cambiamento della nostra società ha prodotto cambiamenti nelle persone, oltre che nella politica e nell’economia. L’aspirazione alla sicurezza economica ed alla tranquillità sociale adesso, nelle menti delle persone, è forte come lo è quella alla sicurezza ed alla certezza dei rapporti e dei sentimenti.

Ormai la nostra società è definitivamente uscita dalla generazione del benessere diffuso. Ed il problema della precarietà nasce proprio da quel passato: abbiamo tutti, più o meno, vissuto abituati alla regola della possibilità, della fiducia, della sicurezza verso le cose future.

Adesso quel senso di sicurezza si è tramutato in speranza, aspirazione. I sogni delle persone vanno tutti nella direzione del sogno della stabilità: si sogna di trovare un lavoro, anche precario, anche part-time, anche poco pagato; si sogna, da lì, che il lavoro diventi a tempo indeterminato, che diventi full-time, che diventi meglio remunerato; si sogna la possibilità di pagare l’affitto di pochi metri quadri e, da lì, si sogna l’affitto di una casa di quattro stanze fino al sogno incredibile di un mutuo per l’acquisto di un immobile, vero nido di pace sociale e sicurezza.

In questo trapasso, i sentimenti sono diventati ancora più precari di quanto non siano l’economia e lo stato sociale. I sentimenti hanno, più di ogni altra cosa, subito la crisi.

Il mistero del futuro, l’impossibilità di sapere cosa accadrà fra qualche anno, la sensazione che comunque qualcosa, nel quadro degli eventi della nostra vita, non dipenda dal nostro impegno o dal nostro ottimismo creano inquietudine, precarietà nel nostro modo di considerare la presenza anche di chi ci sta vicino. Viene meno la sensazione che chi abbiamo accanto possa restare per sempre, qualsiasi cosa accada, perché sembra che tutti, chi più o chi meno, siano trascinati dal vento della crisi, da una forza superiore che decide, al posto nostro, delle nostre vite.

E, così, la sensazione che le cose potrebbero non essere per sempre, l’incertezza che quel rapporto già costruito possa davvero poggiare sulle basi solide di un lavoro, di un mutuo, di un futuro sicuro portano a ridimensionare il nostro sguardo verso gli altri, verso i sentimenti.

I sentimenti, i rapporti, diventano precari, diventano incerti, legati alle contingenze, al momento, diventano rapporti part-time o in affitto. Si cerca di amare qualcuno ma sempre con la paura di non sapere cosa accadrà, dove finiremo, cosa faremo, dove andremo a finire tra un po’ di tempo. Si vive con la sensazione che tutto possa cambiare da un momento all’altro, troppo velocemente. E tutta questa precarietà dei sentimenti deriva, in realtà, dalla nostra impreparazione a questo stato di cose: siamo cresciuti in un’era in cui avevamo molte sicurezze economiche e sociali, in cui vedevamo i nostri parenti più grandi arrivare a trent’anni e trovare un lavoro, sposarsi, fare due -tre figli entro i quarant’anni, avere una macchina ed un mutuo prima dei trentacinque. Oggi queste cose sembrano sogni meravigliosi, certamente non alla portata di tutti.

Il mondo è cambiato: eravamo abituati al benessere o almeno ad un discreto livello di sicurezza sociale. Oggi invece viviamo nella stessa precarietà con cui altri popoli, altre persone di altri Paesi prima meno ricchi hanno sempre o spesso convissuto.

Non siamo pronti ed attrezzati a questa precarietà sociale, non ci hanno insegnato come si vive in un Paese in crisi, nessuno ci ha spiegato come si fa. Stiamo solo subendo tutto questo, ci stiamo lentamente adattando.

Ed allora, l’evoluzione della specie porta la nostra razza ad adeguarsi ed a vivere anche i sentimenti ed i rapporti umani come prodotti del precariato: non si fanno progetti, si cerca di vivere l’amore alla giornata, di cerca di valorizzare gli attimi, le cose piccole, si cerca di essere fatalisti, di relativizzare le difficoltà.

Nascono coppie, muoiono coppie, alcuni trovano lavoro e continuano a stare insieme a distanza, altri trovano lavoro e dopo tanti anni si lasciano, altri si lasciano perché non trovano lavoro, altri riescono a stare insieme proprio perché non hanno un lavoro e quindi hanno più tempo per vedersi. Tutto gira attorno alla parola lavoro che, una volta, era per gli italiani una parola normale; oggi è diventata una parola proibita, una specie di mistero.

Quando dici di avere un lavoro a tempo indeterminato la gente ti guarda ormai come se avessi una Ferrari.

La precarietà sta cambiando i costumi degli italiani profondamente, sta cambiando il loro modo di vivere le relazioni umane. Stiamo diventano più flessibili, più simili, in questo, alle società anglosassoni, dove da sempre tutto è più veloce e più flessibile, ma dove, tuttavia, tutto ciò è compensato da tendenziali maggiori opportunità e possibilità di crescita.

Nel frattempo i Paesi che economicamente ci stanno ancora dietro (Albania, Tunisia, Egitto) vedono le ribellioni delle piazze consumarsi proprio in questi giorni in cui mi interrogo sulla precarietà dei sentimenti.

Mi chiedo in quale periodo della loro vita quelle persone, che oggi lottano e manifestano con coraggio, o i loro genitori o persino i loro nonni abbiano chiesto a sé stesse come confrontarsi con questa forma di precarietà. Mi rispondo che forse io, nonostante tutto, da italiano, sono ancora un piccolo privilegiato perché almeno posso stare a interrogarmi su queste cose vedendo qualche possibilità futura e non mi trovo ancora in un Paese a quello stadio di reale disperazione.

Mi chiedo quanto tempo ci separi per il passaggio dal tempo della precarietà dei sentimenti al tempo delle sassaiole in tutte le piazze.

Riusciremo, a quel punto, a far evolvere la specie ancora una volta, da precario a rivoltoso che non ha più nulla da perdere?

Coltiviamo la fiducia, non costa nulla e non abbiamo alternative. Nel frattempo, consoliamoci pure con i nostri amori pagati a cottimo.


venerdì 2 ottobre 2009

Altrove...

Non so se sia un qualcosa di innato o qualcosa che pian piano si costruisce dentro di noi grazie all’esistenza, giorno per giorno. Fin da piccolo sognavo già un “altrove”, un posto fantastico, un’isola tutta mia, incontaminata, dove vi erano palme, frutti coloratissimi, animali meravigliosi, tramonti arancio-porpora e soprattutto mare.
Il mio desiderio di evasione dalla realtà, dalla vita di tutti i giorni, si manifestava forse già così, attraverso la fantasia. Da bambini sembra più facile fantasticare; osservi il mondo da un punto di vista diverso e un ricordo, un oggetto, un’ azione, un pensiero ti rimane dentro per sempre, come una sorta di marchio che per te è stato importantissimo in quel preciso momento in cui lo hai vissuto. Sembri ricordare qualcosa di insignificante con incredibile memoria e con una ricchezza di particolari infiniti, rispetto a qualcosa che magari invece pensi dovresti ricordare meglio per importanza, situazioni particolari o vicinanza temporale. Riallacciandomi a ciò che Giovanni dice sul suo blog, parlando del sogno, se non esistono appunto i sogni, se non esiste il fantasticare o la speranza, la vita non avrebbe alcun senso.
La base di tutto quindi sembra essere il sogno (concetto amplissimo dai significati più svariati: speranza, evasione, autodifesa forse).
Qualche anno fa in televisione (la guardo raramente, salvo quando trasmette qualcosa di veramente interessante) stavo vedendo un programma sul mare e, durante un’ intervista, un uomo riportò una frase che diceva di aver sentito da un vecchio subacqueo da apnea, ormai morto, di cui però, purtroppo, non ricordo il nome; l’uomo gli aveva detto “quando un uomo avrà più ricordi che sogni, significherà che sta invecchiando”.
A mio avviso l’uomo sarebbe in grado di non smettere mai di sognare e potrebbe continuare a essere, pertanto, un essere che fantastica, osserva, apprende, provando immenso piacere (proprio come fanno i bambini).
Purtroppo, oggi, la vita frenetica e opprimente delle società moderne sembra sottrarre sempre più spazio al sogno. Sempre più immersi nella monotonia e nel caos distruttivo finiamo per essere passivi e ci accontentiamo di questo vivere, magari riusciamo pure a convincerci che ci piace. Resistono, però, alcune persone che pensano, fantasticano, sognano, e ancora più forte.
Quando fantastico e racconto ad amici o conoscenti cosa mi piacerebbe fare o dove andare a vivere “da grande”, alcuni interlocutori sembrano guardarmi stralunati; “ti annoieresti...”, ”io sto bene così …”, “io non potrei mai…” sono alcune fra le risposte più frequenti.
Non giudico la gente per ciò che pensa ma vorrei che si soffermassero anche un solo istante a comprendere anche il mio pensiero. Rifiutano tutto a priori, come se avessero una sorta di paura per provare a vivere una vita dell’ “altrove”, diversa da quella delle società moderne del mondo occidentale. Forse hanno “paura di sognare”.
Quando visito posti nuovi (ahimè! ho viaggiato pochissimo e mi sono limitato a girare la mia Sicilia a causa soprattutto del lavoro e degli impegni ad esso connessi) riprovo alcune di quelle intense sensazioni che provavo da bambino. Viaggiare e conoscere nuovi “altrove” generano in me curiosità, meraviglia e sensazioni indescrivibili. Da piccoli, forse per una questione biologica di evoluzione del pensiero atto all’apprendimento, siamo più portati a provare emozioni forti e meraviglie per qualcosa; dopo l’adolescenza questo piacere sembra scemare un po’ . Ma anche da adulto se ci si sofferma ad osservare qualcosa attentamente, proprio con gli occhi di un bambino, se si cerca di non marcire dentro un appartamento o dentro ad un’ auto, se si spezza la monotonia della società moderna, se si ha la capacità e la voglia di andare verso un “altrove” , ecco che ognuno di noi riesce nuovamente a percepire e a sentire quelle sensazioni che pensavi fossero morte da tempo. Vi racconto uno degli innumerevoli episodi che mi hanno permesso di sognare, osservare attentamente la realtà di un determinato momento e che adesso porto dentro come qualcosa indelebile, e che mi provoca stupore e piacere immenso ogni volta che provo a ricordarlo, che illumina e riscalda la mia vita come una brace a lenta combustione.
L’anno scorso sono stato seduto per circa un’ ora e mezza e con l’intenzione di provare meraviglia, sui ciottoli di una sponda del fiume Anapo, all’interno dell’omonima riserva naturale della Sicilia; sono riuscito nel mio intento e forse non pensavo di riuscirci così facilmente.
Ho osservato a lungo ed attentamente il fiume, che lento scorreva, ne ho assaporato gli odori, ho bevuto i suoi colori e sfumature di essi, ho sentito e toccato gli infiniti suoni dei suoi animali e delle sue piante. Un bellissimo uccello si è posato a circa 30 metri da me e lo ho osservato mentre immergeva il suo becco nell’acqua piatta, in cerca di cibo; il sole filtrava fra i rami della vegetazione illuminando una infinità di verdi ora vivi, ora scuri, ora opachi, ora lucidi; l’acqua, che scorreva lentissima, rifletteva il cielo, le nuvole e tutta la fitta vegetazione trasformandosi in un immenso e meraviglioso specchio che rifletteva tutto ciò che mi era di fronte; un gigantesco fico selvatico emanava il suo odore selvaggio e come una cupola si posava dolcemente sull’acqua, così da permettere ad un elegantissimo ed incantevole serpente acquatico di trovare un nascondiglio dopo essersi fatto ammirare, per circa un minuto, con il suo nuoto tranquillo e straordinario; ero avvolto dall’odore dei licheni, del muschio, dell’umidità, della terra e a pochi metri da me, sott’acqua, riuscivo a vedere il lento nuotare controcorrente di alcuni pesci di acqua dolce piccoli e grandi; sotto un ramoscello con delle foglie, ormai sottacqua, notavo per la prima volta nella mia vita un granchio di acqua dolce. Ogni tanto le foglie degli alberi, ad un leggero soffio del vento, sembravano bisbigliarmi il loro piacere di fare parte di questo insieme incantevole e ognuna aveva una voce diversa a seconda dell’albero o della pianta di cui faceva parte.
Su un ramo di un albero sopra la mia testa notai, grazie anche alle urla della mia ragazza che spezzarono questo momento paradisiaco :) , un topo grigio che sembrava ferito sul collo, ma che era riuscito a scappare da un qualche predatore che pochi minuti prima aveva smosso la vegetazione a noi vicina.
Questo è solo un piccolissimo resoconto delle innumerevoli sensazioni che ho vissuto in un arco di tempo molto ristretto (ma che magari potrebbe essere considerato lunghissimo dalla gente comune, visto che stavo seduto “senza fare niente” in riva ad un fiume) e in cui, se ti fermi ad osservare meglio la natura, riesci a far tue delle cose meravigliose che altrimenti avresti perduto. Innumerevoli sensazioni che puoi provare anche vivendo un luogo alle prime luci dell’alba…luogo che la gente comune non saprà mai come è fatto in quelle ore della notte e del giorno, e in molte altre maniere ancora.
L’altrove puoi ricercarlo sempre, ma solo se tu lo vuoi; è più facile e forse più bello ricercarlo in posti nuovi, che non hai mai visto, e che sono lontani dalla vita e dai luoghi di tutti i giorni. L’altrove puoi ricercarlo in tanti modi, ma quello che preferisco è starsene immerso nella natura osservando, fantasticando e fondendoti con essa.
A coloro che mi danno e che mi daranno sognatore, del bambino, del pazzo, forse del romantico, come al mio amico Giovanni, guarderò con una sorta di distacco ma anche di piacere. Una frase che dico sempre agli altri, una massima da me inventata (almeno, spero non la abbia detta mai nessuno, se no che bella figuraccia!), è : “Ho provato ad essere uno qualunque, ma non ci sono riuscito…”.

Gianluca Albeggiani.