domenica 27 febbraio 2011

da "Natura" di Ralph Waldo Emerson

“La natura non è fissa ma fluida. Lo spirito la altera, la modella, la crea. L’immobilità o l’insensibilità della natura è assenza di spirito; per il puro spirito la natura è fluida, è volatile, è obbediente. Ogni spirito si costruisce una casa, oltre la casa, un mondo e, oltre il suo mondo, un cielo. Sappi, dunque, che il mondo esiste per te. Per te il fenomeno è perfetto. Ciò che siamo, solo quello siamo in grado di vedere. Tutto ciò che Adamo ha posseduto, tutto ciò che Cesare ha potuto, tu possiedi e puoi fare. Adamo chiamava la sua casa cielo e terra, Cesare chiamava Roma la sua casa, tu, forse, chiamerai casa una bottega da calzolaio, un centinaio d’acri di terreno o una soffitta per studenti. Eppure linea dopo linea, punto dopo punto, il tuo dominio è grande quanto il loro, anche senza nomi ricercati. Costruisci dunque il tuo mondo. Non appena conformerai la tua vita alla pura idea presente nella tua mente, essa si disvelerà in tutta la sua grandezza. Un’equivalente rivoluzione delle cose accompagnerà il flusso dello spirito. Altrettanto velocemente spariranno le apparenze spiacevoli: porci, ragni, serpenti, pestilenze, manicomi, prigioni, nemici sono temporanei e non si vedranno più. Lo squallore e il lerciume della natura verranno asciugati dal sole e il vento li disperderà. Come quando viene l’estate del sud, i banchi di neve si sciolgono e la faccia della terra inverdisce al suo cospetto, così lo spirito che avanza creerà i propri ornamenti lungo il cammino e porterà con sé la bellezza che visita e i canti che lo incantano; disegnerà bei volti, cuori ardenti, saggi discorsi e azioni eroiche al suo passaggio fino a che il male sparirà. Nel regno dell’uomo sulla natura, un regno che non si instaura con l’osservazione – un dominio che va al di là del suo stesso sogno di Dio -, in quel regno l’uomo entrerà con la stessa meraviglia di un cieco che riacquisti gradatamente una vista perfetta.”

venerdì 25 febbraio 2011

da "Il giorno del giudizio" di Salvatore Satta

"Riprendo, dopo molti mesi, questo racconto che forse non avrei dovuto mai cominciare. Invecchio rapidamente e sento che mi preparo una triste fine, poiché non ho voluto accettare la prima condizione di una buona morte, che è l’oblio. Forse non erano Don Sebastiano, Donna Vincenza, Gonaria, Pedduzza, Giggia, Baliodda, Dirripezza, tutti gli altri che mi hanno scongiurato di liberarli dalla loro vita; sono io che li ho evocati per liberarmi dalla mia senza misurare il rischio al quale mi esponevo, di rendermi eterno. Oggi, poi, di là dai vetri di questa stanza remota dove io mi sono rifugiato, nevica: una neve leggera che si posa sulle vie e sugli alberi come il tempo sopra di noi. Fra breve tutto sarà uguale. Nel cimitero di Nuoro non si distinguerà il vecchio dal nuovo: “essi” avranno un’effimera pace sotto il manto bianco. Sono stato una volta piccolo anch’io, e il ricordo mi assale di quando seguivo il turbinare dei fiocchi col naso schiacciato contro la finestra. C’erano tutti allora, nella stanza ravvivata dal caminetto, ed eravamo felici poiché non ci conoscevamo. Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale. E’ quello che ho fatto io in questi anni, che vorrei non aver fatto e continuerò a fare perché ormai non si tratta dell’altrui destino ma del mio."

da "Hanno tutti ragione" di Paolo Sorrentino

“Ma se la parola dice figo, la mente dice figa. Quella maschile intendo. A volte pure quella femminile, beninteso. Avete sentito che ultimamente uno degli interventi di chirurgia estetica più richiesti dalle donne un pochino agè è la ricostruzione interna vaginale? Attenzione, non la ricostruzione della verginità, quella non importa più a nessuno, ma la ricostruzione elasticizzata dei tessuti che si ammollano. Una cosa complessa, costosa e dolorosa. Eppure nulla le ferma, a queste amazzoni dell’estetica decadente. Testarde e risolute come tombini. Come vedete, anche il femminile oscilla sul concetto di figa. Oscilla, ma non si allontana. Assomigliano a barattoli di pummarola scaduta, ma possiedono genitali luccicanti degni di stimati pittori morbosi. A me mi fa impressione. Ma io sono sorpassato da me stesso, figuriamoci dall’umanità. E tutti lì a tormentarsi su queste quattro lettere che toglie loro il respiro: figa, figa, figa, figa, figa. Non dormono la notte, l’appetito se ne va, si bombardano di schifezze da tutte le parti per avere la cosiddetta erezione (che brutta parola, erezione!) per introdurre, introdurre, introdurre. Questo l’obiettivo, lo scopo, la ragione di vita. Cosa c’è attorno? Niente. Non sentite odore di morte? La morte non è la scomparsa del desiderio, quella alla mia età si fa irreversibile e fisiologica. Che cazzo ci vuoi fare? Macché! La morte sta nella semplificazione del desiderio. Così come l’altra morte sta nella semplificazione del linguaggio. D’altronde, il desiderio è sempre stato perennemente appeso ad un’articolazione spettacolare e variopinta del linguaggio. Vanno a braccetto, come le commarelle. Ma non è stato sempre così. Sessantasei anni fa, mia moglie si è voltata e mi ha guardato come non mi aveva mai guardato. Mi ha guardato come il sentiero che s’illumina d’incanto, mi ha guardato come il bambino divertito dagli schizzi d’acqua. Così mi ha guardato ed è stata la rivoluzione di me stesso. Non sto dicendo che mi sono innamorato. Sto dicendo che mi sono eccitato l’anima per una torsione del collo. Vero Carla? Te lo ricordi, Carla? Eravamo ragazzi, Carla. Tutta l’incredulità del mondo ci cadeva addosso senza pudore. E quelle vampate nella scoperta della tenerezza, Carla, ma non valevano più della vita stessa? Io penso di sì, Carla. Annuiscimi ancora una volta, Carla. Lo hai fatto tutta la vita, non me lo negare adesso. Adesso che trascorro le giornate a salutare il mondo perché ogni giornata si preannuncia come l’ultima. Annuiscimi ancora. Abbiamo sudato le nostre ascelle con lacrime di commossa partecipazione mentre ci baciavamo a Capri. Dentro i labirinti dell’estate perenne. E un attimo dopo progettavamo la grandezza della famiglia. Progettavamo la responsabilità, come antidoto a tutti i mali esterni che pure ci sono stati. La responsabilità, l’unico rimedio scientifico contro l’horror vacui. La partecipazione emotiva a tutte le sfumature uno dell’altro. Una morbosità indispensabile, Carla. Sentire le proprie spalle accarezzate dalla mano libera, Carla. Ma dove stavamo? Sospesi e galleggianti nell’istante. Se solo un Dio avesse potuto cristallizzare il nostro sentire. Farci stalattitici umane per tutto il tempo. Non avremmo trascorso i successivi sessant’anni ad acchiappare disperatamente l’istante andato e che non è tornato mai più, perché corrotto dal nostro sapere, dal nostro aver provato, Carla. Abbiamo vagato in coppia, come i barboni all’angolo della strada, alla ricerca non del Tavernello, ma dell’istante e degli istanti amabili. Ma come è stato bello, Carla, il tempo in cui l’ingenuità era una risorsa e l’ignoranza un concentrato di saperi. E i fiori dell’estate che opprimevano i nostri cuori, anche questo ci dicevamo, addensati dentro una retorica possibile e dannunziana, perché esclusiva e condivisa dentro i nostri occhi tristi e felici, l’unica retorica possibile, Carla. Vivere insieme, Carla, come noi abbiamo scelto, ierofanici, ossidionali, ineffabili, ha voluto significare anche cogliere il senso del ridicolo di tutti e due, da soli e insieme, e ammirare, con forza e perseveranza straordinarie, quel senso del ridicolo che scappa via dalle gonne e dai pantaloni, come la vipera che vedemmo a Maratea sotto brutti fuochi d’artificio. Estenuati dalle nostre stesse, infinite parole, fluttuati nei rigurgiti rumorosi della noia e delle noie reciproche, eppure estaticamente assuefatti a quell’idea di unicità, di insostituibilità che non ci ha reso unici, dal momento che nessuno è unico, ma insostituibili sì. Ecco, questo siamo stati, insostituibili. L’amore è insostituibilità.”

Reality show

La morte di Pietro Taricone non mi lascia disinteressato.
Stamattina mi sono svegliato pensando, oltre alle solite cose, a come sarebbe finita con Dell’Utri e se Taricone, nella notte, ce l’avesse fatta.
Quando ho acceso la televisione davanti alla colazione, ripetendo un gesto ripetitivo di ogni giornata, ho visto la schermata che diceva che era morto e qualcosa di triste mi è restato dentro.
Non conoscevo Taricone, come non conosco tutte le persone, giovani e non, che muoiono per incidenti banali come questo ogni giorno.
Il mio pensiero è stato un altro. In qualche modo la faccia di questa ragazzo era negli anni entrata nella mia vita.
La televisione fa diventare le altre persone membri della tua vita, crea una relazione virtuale con i volti che accompagnano le nostre serate o i nostri risvegli televisivi.
E allora ho pensato a quando ho visto per la prima volta la faccia di Taricone. Facevo l’Erasmus, ero in Scozia e in rete impazzavano i blog e le notizie sul primo reality della storia italiana, il Grande Fratello. Era il tempo in cui io guardavo questo fenomeno come una sorta di delirio collettivo e la gente invece si riuniva in gruppi nelle case la sera per assistere alla mutazione genetica della televisione italiana. Da sede naturale di esposizione di visibilità già note a costruzione di personaggi provenienti dal pieno anonimato dei ragazzi della porta accanto.
Non mi interessa discutere delle qualità umane di Taricone, né posso farlo. Lo lascio ad altri.
Penso soltanto al fatto che davvero la nostra vita è forse cambiata inesorabilmente.
Viviamo in costante contatto con un mondo che non esiste. La televisione, internet, facebook hanno potenziato in modo incredibile la nostra capacità di immaginare, di creare realtà e relazioni virtuali. Si è creata una tavola di risorse potenzialmente infinita.
Riusciamo a commuoverci per la morte di persone che non abbiamo mai incontrato e che sentiamo tremendamente ed involontariamente vicine a noi ed alla nostra storia.
Mi chiedo se la nostra vita, allora, così tanto snodata ed allungata sulle ore trascorse su social network, chat, reality si sia davvero arricchita.
Per un verso, penso che il progresso delle tecnologie ci abbia dato una nuova opportunità: abbiamo unito le persone, anche lontane fisicamente tra loro, nelle possibilità più democratiche di accesso alle informazioni, di condivisione e confronto di sensazioni o punti di vista.
Per un altro, però, vedo che, tutto sommato, la presenza così penetrante, quasi “affettiva”, della tv nella nostra vita ed il nostro essere continuamente “in rete” e collegati con il mondo ci costringa, in realtà, ad essere più soli di quanto invece non potremmo essere. Abbiamo sviluppato una grande capacità nell’essere voyeur di ogni evento, di ogni foto altrui, di ogni immagine; senza capire, forse, quale sia davvero il livello della nostra reale “partecipazione” a ciò che è esterno a noi.
Che relazioni, insomma, sono quelle che creiamo e/o alimentiamo sulla rete o tramite in genere le tecnologie?
Forse è un percorso ormai inarrestabile, al punto che non riesco più nemmeno a ricordare la mia vita senza internet e mi chiedo, a volte, come colmassi all’epoca il mio bisogno di “condivisione” che oggi in parte affido a queste nuove forme di comunicazione.
Non voglio pensare che internet e le tecnologie siano droghe di cui siamo dipendenti. Posso benissimo decidere quando spegnere il mio computer ma il punto è: perché non provare ad avere lo stesso livello di condivisione anche senza la rete? Perché le persone non riescono a compenetrarsi con la stessa facilità?
Secondo me la risposta è che i social network, in particolare, sono la conseguenza di una società, la nostra, in cui nel privato non si riesce più ad essere profondamente liberi. Le nostre emozioni per qualche legge di diritto divino devono restare nascoste, represse o soltanto affioranti lungo temi di confronto più convenzionali. La nostra società crea comportamenti uniformi per tutti, per ogni categoria ed il fatto che tutti, o quasi, sono su facebook è la conferma del fatto che hanno bisogno di condividere all’interno un mondo “diverso”, non reale ma virtuale. La realtà non basta perché la nostra vita nei complessi organizzati non soddisfa fino in fondo il nostro bisogno di umanità.
Perché allora non trarre utilità da questo fenomeno? Tutto ciò è il segnale di un istinto di sopravvivenza della nostra umanità. Facebook è la prova di quanto sia sbagliato il sistema di relazioni delle società occidentali: non improntato a vera libertà di manifestazione dei sentimenti, basato sulle regole dell’apparenza e della appartenenza alla classe sociale, in cui le forme di comunicazione non sono quasi mai sincere ma sempre filtrate da troppi schermi. Schermi che su facebook per magia cadono: le persone diventano amici in quindici minuti, si creano coppie e storie d’amore, si confessano problemi a semi-sconosciuti, si scoprono lontananze di vedute profonde da persone considerate veri amici.
Il bisogno di umanità supera le convenzioni sociali e le apparenze e le tecnologie possono essere un aiuto per capire questo.
Però, ciò compreso, dovremmo anche saper spegnere il computer e guardare il mondo con più sincerità.

Sogni di Bunker Hill

Le mie difficoltà, le difficoltà in cui a volte precipito nascono dai miei sogni.
La realtà in cui mi trovo a vivere impone continui compromessi, un adattamento costante.
Vorrei trovare la forza di essere me stesso. Costruisco difese attorno a me, barriere per controllare razionalmente il mondo, evitare di essere preda delle cose, tenere distanza dalla vita.
Ho costruito un muro tra me e il mondo. A un certo punto avevo troppa paura di soffrire e allora ho cominciato un pò per gioco, un pò per sfida, un pò alla fine per abitudine a vivere così. A stare lontano, a tenere a bada le cose.
Non so come sono entrato in questo gioco ma adesso è diventato qualcosa di forte.
La verità è che anche io, come alcuni miei amici molto sensibili, guardo troppo la vita. La guardo passare come un treno che sbuffa lento nella pianura e mi piace sfiorare quei piccoli lembi di fumo che si lascia dietro. Mi piace guardare i passeggeri che stanno nelle loro cabine.
Una volta però volevo di più, volevo riempire questa pianura di gente, pensavo che sarebbe stato semplice. Bastava solo dire quello che pensavo e tutti sarebbero stati con me. Con il tempo mi sono accorto che crescendo devi imparare ad indossare gli abiti giusti, gli abiti della festa, quelli dell'incontro formale, quelli della cordialità, quelli della simpatia. Ma nessuno di questi abiti è mai stato per me della misura giusta.
Eppure le volte che ho gettato i miei abiti via mi sono mostrato nella mia nudità e la gente non sempre mi ha voluto, forse non piace la sincerità, forse la sincerità sembra qualcosa di indiscreto.
Allora, il mio cuore di bambino si è stancato di mostrarsi nudo ed ha iniziato a fingere. A fingere di essere simpatico, cordiale, a modo, pensando che nella mia pianura avrei continuato a restare da solo o al più con pochi amici.
Oggi sono sempre più convinto che le nostre storie, le storie di ognuno che si incrociano nelle emozioni, attimi, momenti che sembrano poter durare a lungo e ci fanno sentire vivi, in realtà, sono per lo più la proiezione dei nostri abiti e di come gli altri vedono quegli abiti. Troviamo uno sguardo che si mostra amico, incontriamo una donna che dice di apprezzarci, intratteniamo una brillante conversazione su temi elevati, eppure in qualche modo ci sentiamo lontani da tutto questo. Nonostante abbiamo riempito la nostra serata di parole, di sguardi, gesti, forse anche qualche bacio, appena posiamo le nostre vesti sulla sedia, non restiamo che noi, privi di niente altro che della nostra mancanza.
E le relazioni tra persone funzionano per lo più così; i rapporti vanno avanti inconsapevoli di quale sia realmente il loro senso oppure consapevoli ma nella amara finzione del loro valore.
Tanta gente sopravvive a questo, vive nell'immediatezza del momento, colleziona attimi dietro attimi pensando così di riempire un'esistenza di tracce di vissuto. Eppure, pensando a queste cose io sento solo disagio, mi sento lontano dalla felicità, dalla verità.
E la mia difficoltà nasce dal fatto che io sogno. Sogno persone che possano vedermi nel profondo, sogno parole che aprano il cuore della gente, oltre le loro vesti, sogno che la gente scenda dal proprio treno rombante e indaffarato e si fermi, tranquilla, sulla mia pianura.
Molti rapporti, in definitiva, mi stancano, aumentano la mia solitudine, imponendomi di restare nella mia pianura.
Ogni tanto cerco di lanciare parole che possano aprire lembi profondi nella pelle della gente ma molti hanno paura di parlare. Molti preferiscono intavolare discorsi sul lavoro, lo studio, i progeti di vita anzichè condividere i loro dubbi sulla felicità che non riusciamo a trovare e sui sogni che davvero ci portiamo dentro costantemente, quando a notte fonda siamo soli in una stanza e non riusciamo a dormire.
Non so se sia colpa della società globale se i nostri sogni siano destinati a restare confinati nella solitudine, non credo che in altri tempi i destini dell'uomo fossero diversi. Sicuramente però la nostra società, quella in cui viviamo, non vuole un uomo sognante e la gente non è portata a parlare dei propri sogni con la stessa serietà di altri argomenti. La nostra società è produttiva, circolante ricchezza, fagocitante risorse verso obiettivi non discutibili: la carriera, il successo economico, il potere, la rispettabilità secondo status sociali. In questi parametri i sogni sono un elemento destabilizzante perchè aprono lo spazio dell'anarchia individuale. Se le persone invece di ansimare dietro modelli di confronto predeterminati solo per avere consenso, appoggio, aprissero di più il proprio cuore mettendo sul tavolo di ogni discorso i propri sogni avremmo una società meno rigida, forse più caotica ma piena di una grande energia positiva che avvolgerebbe tutti.
Invece le persone per lo più purtroppo rinunciano alla fantasia, si omologano, si conformano a più livelli: nei discorsi, nelle relazioni, nelle manifestazioni del proprio pensiero. Liberare all'esterno i propri sogni potrebbe portare ad una umanizzazione di ciascuno di questi profili.
Il sogno anche nella dimensione di confronto, di relazione più banale ci fa sentire per quello che siamo, esseri votati all'empatia, e rende prezioso il singolo momento di vita che sta scorrendo.

Discorso sulla società meccanica

Viviamo in un contesto profondamente deviato, deviato in tutto e per tutto rispetto alla prospettiva umana. La società – possiamo chiamarla con qualsiasi etichetta – capitalista, occidentale, industrializzata etc. etc., in ogni caso, questa società è lontana anni luce dall’uomo. La parola uomo non esiste, è pronunciata in modo menzognero, ingannevole, truffaldino.

I rapporti umani, di qualsiasi grado e livello, seguono regole precise, non sono né liberi né anarchici. La socialità è piegata alle regole della produzione: produzione di piaceri, soddisfazione di bisogni, eliminazione di svantaggi, creazione di potere. Potere economico, potere fisico, potere sociale. Il principio ispiratore è quello del rapporto classe dominante-classe dominata; e questo nella mia visione del mondo si riproduce a tutti i livelli. Dalla nazione all’industria agli schemi sociali alle relazioni tra individui. Ognuno percepisce l’altro come strumento potenzialmente idoneo a creare ricchezza e soddisfare bisogni individuali ed impulsi egoistici. Nella maggior parte dei casi – nella vita che si sviluppa nella parte di mondo in cui ci troviamo a risiedere – c’è poca verità, c’è poca umanità.

Siamo ragazzi e ragazze cresciuti poco consapevolmente con l’educazione televisiva, con l’esibizione dei corpi come merce di scambio, con la creazione della figura del mito e del successo. Abbiamo dentro di noi l’idea del “meglio” e del “peggio”, del “conveniente” e dello “sconveniente”, dell’”opportuno” o dell’”inopportuno”. Tutto è misurato in termini economici.

Anche il corpo vive questa eclissi: o viene nascosto, frustrato, represso dalle morali religiose conservatrici oppure vive mercificato come strumento di conquista di consenso, come valuta per il successo, per l’accettazione. Il corpo nudo non è più simbolo di bellezza, anticamera di verità: è solo un oggetto, niente di più, al pari del denaro e dei beni materiali che questa società impone di acquistare.

Viviamo nella società dei bisogni indotti: l’offerta crea la domanda e non al contrario. La maggior parte delle cose viene prodotta perché deve essere acquistata e così il produttore crea il bisogno nel consumatore.

Siamo pieni di cose inutili che non ci servono. Siamo consumatori e non essere umani; votanti e non partecipanti, spettatori e non veri attori. Siamo lontani anni luce dalla verità e dalla libertà.

Vale, dunque, solo un principio cardine: “chi si ferma è perduto”. In definitiva, chi è fuori dal coro, chi rallenta gli ingranaggi, chi non mostra di trovare piacere ed agio nella società del consumo non esiste perché esiste solo ciò che viene percepito come esistente secondo le regole del gioco.

In questo sistema di relazioni ed in questo ordine di conflitti l’omologazione è la legge universale indistruttibile; si tratta di una legge che non conosce regole, sottile, invisibile, in grado di avvolgere anche le menti più raffinate. Essa gioca sulla debolezza, sul bisogno di socialità, sul senso di affermazione dell’io, sulla vanità. In questo modo, anche l’individuo intelligente cede alla tentazione oscura dell’omologazione perché stare fuori realmente dal coro significa letteralmente morire. Omologazione significa accettare di mutare atteggiamento, opinione, comportamento solo per compiacere gli altri, solo per avere approvazione, potere, per essere accettati, per non restare soli e sconfitti nel conflitto degli ordini sociali.

Attraverso l’omologazione passa e si accetta tutto: anche le menti sensibili accettano il gioco della meccanizzazione dei sentimenti, la pratica delle mode e delle voci di massa. Tutto ciò per la paura del vuoto, del nulla.

La mia visione del mondo, allora, è il rifiuto totale di questo ordine giuridico e morale. Io rifiuto l’omologazione per sopravvivere alla società meccanica, per non essere schiacciato dalla moda dell’estinzione dell’individuo libero, diverso, in grado non solo di pensare ma anche di sentire.

Come dice Chaplin nel Grande Dittatore “pensiamo troppo e sentiamo poco”.

E allora anche io mi nascondo, mi inabisso. Ma anche questa è una reazione deprecabile perché cedo alla regola borghese che tutto vieta al di fuori di ciò che è borghese.

Però rifuggo dall’idea del suicidio: nella mia visione del mondo la vita non si ripete, è un’opportunità. Nasciamo, viviamo, moriamo ed è proprio per questo che ciò che conta è il “come” vivere.

Ci posso essere quattro strade allora:

1) Vivere nascosti, nell’ombra, fingere di essere borghesi pur avendo animo anarchico e nascondere, celare ogni attimo della nostra vita libera. Da questo punto di vista, la ragione di ciò potrebbe anche essere il disprezzo ed il rifiuto di questo mondo che non merita la nostra limpidezza e la nostra sincerità.

2) Agire liberamente, in solitudine, rifiutando il mondo con le sue regole insulse e vivendo liberamente del proprio sentimento di vita, senza desiderare la condivisione con altri esseri incapaci di capirci. In tutto questo, però, nel nostro rifiuto del mondo essere liberi ci consente di uscire allo scoperto, alla luce del sole, denudandoci di tutti i limiti borghesi.

3) Vivere una vita alla ricerca delle piccole condivisioni, dei piccoli spazi. Parlare sinceramente con tutti ma aprirsi solo a pochi eletti che davvero sono simili a noi, anime disperate alla ricerca della verità. Questo è realmente possibile ed io forse cerco di praticare con tenacia questa strada.

4) Aprirsi al mondo come rifiuto del mondo stesso. Sovvertire il sistema facendo gruppi numerosi che possano ascoltare, diffondere una parola di verità a tutti. Andare per il mondo cercando di prendersi il mondo stesso, sentendolo parte essenziale di sé, da sottrarre all’egemonia degli uomini malvagi. Questa è la strada più difficile e non so se la praticherò mai realmente nella mia vita perché è resa ardua proprio dalle sirene dell’omologazione a cui anche gli uomini intelligenti non si sottraggono.

Io, comunque, non credo nella scelta di sparire e non lasciare traccia di sé. Mi sembra una rinuncia, l’accettazione del fallimento; è chiaro, infatti, che se non lasci traccia di te a nessuno importerà qualcosa, nessuna se ne farà un problema. Non voglio cancellare le mie impronte però sicuramente mi sento da sempre esiliato, escluso, fuori posto, decontestualizzato. Eppure temo che questa sia la mia condizione esistenziale perché, probabilmente, molto più semplicemente, questo è il risultato della mia modalità di approccio alla realtà. Io sono questo, cioè sono una persona che, comunque vada, guarda gli altri con diffidenza, con un po’ di timore, che vuole stare due passi lontano dal mondo perché sento troppo l’urgenza di capire le cose prima di viverle. Al contempo non riesco a rinunciare alla vita; sento un legame millenario che mi lega ad essa e non avrò mai la forza necessaria per togliermela, per privarmene realmente.

Posso solo aspirare a conservare dentro di me le facce e le parole che stanno dietro ai miei silenzi e conservarle per le pochissime (una, due o tre) persone che hanno la pazienza, la curiosità, la sensibilità per ascoltarmi. Per il resto, mi auguro di poter vivere a lungo per aprirmi di più al mondo.

Vorrei sentirmi di più parte dell’esistente; non degli uomini, con le loro stupide mode, le loro irruenti mutazioni di costume, le loro sciocche dipendenze dalle contingenze e dai tempi. Vorrei sentirmi membro della vita collettiva, del mondo animale, del pianeta con i suoi problemi e vorrei che anche una sola mia parola, un mio piccolissimo gesto fosse in grado di fare la Storia nel senso più profondo del termine. Comincio a pensare senza più dubbi che le parole ed i piccoli gesti cambino il corso delle cose, che chi salva anche una sola vita (umana o animale) salvi il mondo intero e che ci possano essere pochi, pochissimi giusti che nel silenzio ogni giorno salvano il mondo dalla catastrofe.

Ecco, questa mi sembra una possibile prospettiva alternativa al mito del suicidio come rifiuto di un mondo ignobile ed inferiore a noi od alla scelta della cancellazione delle proprie tracce, come forma eventuale di mediazione con il fatto di restare in vita.

Mi sento solo, questo è chiaro. E’ da una vita che mi sento solo, solissimo, spesso quasi perduto. Però ho avuto la fortuna di condividere il mio percorso con persone abili a farmi dimenticare per un attimo la mia profonda, congenita solitudine. Ed a queste persone dirò sempre, ogni attimo della mia vita, anche nei futuri ricordi, grazie per il bene che mi danno.

Ma devo affrontare da solo il mio cammino, anche contro me stesso.

Io continuo il viaggio, sapendo che sarà dura ma voglio pensare a tutte le parti di mondo che non ho ancora visto, alle persone che esistono oltre quelle che vedo abitualmente, alle cose che non so, ai libri che ancora devo leggere, a tutte le parti di mondo che, in definitiva, non fanno ancora parte della mia solitudine.

Spero di riuscire nell’impresa.


La voce della pioggia (da Foglie d'erba, Walt Whitman)

E tu ci sei? chiesi alla pioggia che scendeva dolce,

e che, strano a dirsi, mi rispose, come traduco di seguito:

sono il Poema della Terra, disse la voce della pioggia,

eterna mi sollevo impalpabile su dalla terraferma e dal

mare insondabile,

su verso il cielo, da dove, in forma labile, totalmente

cambiata, eppure la stessa,

discendo a bagnare i terreni aridi, scheletrici, le distese di

polvere del mondo,

e ciò che in essi senza di me sarebbe solo seme, latente,

non nato;

e sempre, di giorno e di notte, restituisco vita alla mia

stessa origine, la faccio pura, la abbellisco;

(perché il canto, emerso dal suo luogo natale, dopo il

compimento, l’errare,

sia che di esso importi o no, debitamente ritorna con

amore.)