venerdì 17 febbraio 2012

Le responsabilità dell'artista

L'artista scrive, parla, pensa, compone in libertà tutto quel che gli pare, tutto quello che sente necessario.

Non devono nemmeno pensarsi limiti all'arte perché ciò sarebbe una contraddizione di sé stessa. L'arte consente, infatti, di superare i limiti: i limiti culturali, sociali, economici, spaziali, temporali. L'arte è, per definizione, illimitata. L'arte è un concetto generale.

Il problema, dunque, non è nella possibilità di pensare l'arte come qualcosa di limitabile o controllabile. Il problema è pensare se l'arte e gli artisti possano avere responsabilità di quel che dicono o fanno.

Già a livello penale, l'idea più in generale di fattispecie di illecito create sulla dimensione della libertà di opinione trova molte difficoltà: pensiamo in Italia al dibattito sulla possibilità di concepire il negazionismo come reato (fattispecie, peraltro, esistente nell'esperienza tedesca e francese) ma pensiamo anche alla libertà di critica o di cronaca o anche a quella di satira nei rapporti con il delitto di diffamazione.

Ma l'arte certamente ha un contenuto intrinseco che va al di là di una mera libertà di espressione o di opinione. L'arte e l’espressione artistica sono un concetto già preliminare all'idea di una libertà di manifestazione del pensiero perché, contenendo un pensiero o un'idea costruiscono e fanno vivere l'idea od un pensiero come un corpo separato, vivente, esistente che, in qualche modo, vive e si trova presente nel mondo senza più appartenere al proprio autore.

Sebbene esista una disciplina che tutela il diritto di autore questa disciplina sembra rivolta a tutelare primariamente l'autore ed i suoi diritti di rivendica patrimoniale sull'opera non a tutelare, se non indirettamente, l'opera come cosa esistente in maniera autonoma.

Tutto questo può essere probabilmente smentito da esperti del settore - che probabilmente ne capiscono più di me - e, tuttavia, dato ciò per assunto, mi viene allora un dubbio: possiamo considerare gli artisti responsabili delle conseguenze positive o negative che le loro opere producono?

Diceva Guccini che con le canzoni non si fan rivoluzioni però esiste tutta una discografia che ha vissuto e proliferato anche grazie al parallelismo con le lotte del '68 e ci sono gruppi, come i Rage against the machine, che hanno fatto della lotta no-global il proprio simbolo di identità.

Resta un po’ ambigua la posizione di molti artisti su ciò che le canzoni, le opere, i film da loro prodotti sono in grado di produrre e, dunque, sul profilo del merito (in caso di effetti astrattamente positivi) o della responsabilità (in caso di effetti astrattamente negativi).

Certo, possiamo negare il discorso a monte e dire: non c'è un problema di responsabilità degli artisti. L'arte deriva da un diritto fondamentale e, come tale, resta libera rispetto alle sue conseguenze.

Possiamo accettare questo punto di vista e chiudere il discorso.

In questo calderone in cui tutto è salvo in forza di tale diritto può, allora, entrare di tutto.

Questo calderone – in cui si potrebbe aprire la questione infinita e burlesca su ciò che è arte e ciò che non è arte – potrebbe contenere di tutto: artisti impegnati che vogliono stimolare alla lotta politica, artisti disimpegnati che vogliono spingere al puro trastullo ed al divertimento, artisti che incitano alla lotta controllo il terrorismo o all’antisemitismo, artisti che incitano alla camorra ed alle mafie, artisti che non hanno nulla da dire e vendono dischi a palate.

Ma possiamo anche riflettere pensando al fatto che, almeno nel nostro sistema costituzionale, non esiste un diritto inaffievolibile e, come tale sotratto alla bilanciabilità con altre esigenze ed altre posizioni giuridiche.

Il problema, a parer mio, non può essere posto però solo a livello giuridico perché esso è anche un problema etico ed impone di riflettere anche sulla fonte e sull'origine dell'azione artistica; tema troppo complesso e troppo lungo da sintetizzare.

E, tuttavia, se in termini banali diciamo che l'arte è, in primo luogo, come molti sostengono, una forma di comunicazione o un tentativo "diverso" di comunicare si apre la questione necessaria del destinatario. Chi è il destinatario dell'azione artistica? L'artista potrebbe dire: "A me la questione non interessa perché la platea d'ascolto è indifferenziata e, dunque, non è il punto stabilire a chi parla l'artista bensì cosa dice".

Ma la questione, anche in tal caso, non cambia. Perché "cosa dice" ed "a chi lo dice" sono entrambe questioni che si collocano sul piano della destinazione dell'azione artistica: l'azione artistica si rivolge a ciò che esiste ed a ciò che esisterà. Cioè si rivolge agli esseri umani (e, in generale, al mondo) esistenti oggi e si rivolge agli esseri umani di domani o dei prossimi secoli.

L'artista, in altre parole, a mio modo di vedere, non è mai solo e proprio perché pensare l'arte come condizione di solitudine è una contraddizione al concetto stesso di azione artistica che è, in sé, mirata a condividere e comunicare, in particolare creando ed inventando nuove ed infinite modalità di comunicazione e di produzione di contatti.

Se allora accettiamo l'idea che questo "contatto" o questo "bisogno di contatto" è un motore propulsivo del senso dell'arte dobbiamo pensare alla possibilità che esiste un problema di responsabilità dell'artista ed immaginare che, in qualche modo, l'artista - nella stessa misura in cui opera per il bene della verità in forza della quale aspira ad ottenere la libertà espressiva che merita - assume anche su di sé il dovere di considerare l'altra sponda della comunicazione, cioè il mondo e gli esseri umani.

La responsabilità dell'artista è, dunque, nella scelta circa ciò che, attraverso la propria opera, "merita" di esistere nel mondo e ciò che - dal suo punto di vista - non lo merita.

Un pò come Mastro Geppetto che dà vita al burattino di legno l'artista ha la possibilità di decidere ciò che - tramite le sue mani e le sue idee - avrà vita propria nel mondo e camminerà in futuro con le sue gambe, distaccandosi da lui.

Ed allora mi viene in mente l'unica scena decente del film di Sorrentino "This must be the place" quando il protagonista si reca, come ogni giorno, sulla tomba di un fan che si è ucciso ed attribuisce - anche in forza delle accuse dei genitori di quello - a sè stesso ed ai propri testi un pò "decadenti" la responsabilità della sua morte.

Questa storia è certamente un paradosso perché le persone tendenti alla depressione sono milioni nel mondo e sarebbe pericoloso attribuire direttamente alla musica i suicidi di tante persone. Ci sono cause precise alla depressione; addirittura alcuni studi mostrano che perfino lo stress della madre durante la gravidanza può agevolare nel bambino l'attitudine a dipendenze e disturbi depressivi futuri.

Tuttavia, proprio perché il fruitore dell'opera d'arte può essere chiunque - seppure non si possa chiedere all'artista di condizionare la propria azione secondo l'idea di un pubblico immaturo e non pronto all'ascolto (sarebbe paternalista ed anche fascista) - si può però ambire ad un mondo artistico pienamente consapevole dell'importanza degli effetti della propria azione sul mondo circostante che, in definitiva, resta sia l’utente sia il vero oggetto dell’azione artistica.

Ogni piccolo gesto porta potenzialmente una reazione causale enorme.

Se gli artisti avessero chiara l'importanza (molti ce l’hanno, tanti altri non ne se ne curano a torto) che l'arte, in realtà, riveste nella vita della gente, di tutta la gente, avrebbero anche chiara e netta la possibilità con la propria azione di portare - nei limiti del possibile e di punti di vista comunque relativi - qualcosa di "buono" e di "positivo" nella vita della gente.

Ho ascoltato per anni ed adoro gruppi come i Nirvana i cui testi spesso mostrano un rapporto tormentato con l'essere ed il continuare ad essere. E mi hanno anche aiutato a capire molte cose di me stesso però penso oggi, a trent'anni, che Kurt Cobain avesse torto perchè con la sua musica, continuando a vivere, forse avrebbe cambiato qualcosa e forse anche la sua vita sarebbe stata migliore se avesse capito realmente - oltre i suoi problemi - l'importanza della sua musica per il mondo. Avrebbe forse lasciato segni diversi nella storia delle persone che lo ascoltavano. Ed invece con il suo suicido (legato ovviamente ai suoi motivi personali e non sindacabili) è solo passata l'idea che la sua musica sia una musica per depressi che vogliono farla finita con il mondo. E penso che fosse proprio quello che lui voleva, alla fine.

Ma a me tutto questo non piace. Penso che la letteratura, la musica, le arte visive, si trovino sul filo sottile di quelli che possono rendere il mondo un posto migliore, più evoluto e libero dove vivere, e quelli che invece non sono interessati a nulla se non a sé stessi ed ai propri problemi.

Forse una canzone triste può parlare di un problema ed aiutare la gente a capire.

Ma perché moltissime canzoni devono essere solo tristi e parlare di quello che nella vita non funziona? Perché una canzone non può essere bella senza dire che tutto è una merda, che non sappiamo dove andare, che dobbiamo morire presto, che è bello drogarsi, che la famiglia fa schifo e che il dolore è l'unica sensazione che fa sentire l'essere umano vivo?

Perché non possiamo volere dagli artisti messaggi positivi, di lotta, di reazione, di volontà, di attaccamento a tutte le bellezze della vita soprattutto in un mondo che cerca in ogni modo di indebolire fisicamente e mentalmente le persone per renderle vulnerabili, passive e, quindi, dominabili?

Ho sempre creduto che una società fatta di persone con tante dipendenze (alcol, droghe etc.) sia una società che fa molto comodo a chi governa perché annulla la capacità di dissenso e la forza critica ed aumenta la possibilità per le case farmaceutiche e le multinazionali delle sigarette di fare miliardi.

Una società fatta di persone ottimiste e pronte alla critica fa male al potere perché le persone così possono associarsi e combattere anziché deprimersi o suicidarsi.

L’arte è sul filo sottile di chi lotta e di chi spinge a non lottare proprio.

Ci sono artisti – parlo della musica soprattutto – che sentono questo tipo di responsabilità e – ferme le esigenze commerciali che ci sono dietro ogni produzione discografica – provano, in mezzo alle mode ed ai costumi, a lanciare messaggi ed idee con molta onestà. E lo fanno proprio perché sono consapevoli della potenza comunicativa dell’espressione artistica.

L'artista, per me, dovrebbe lanciare – magari con livelli e forme ovviamente diverse - un messaggio di rivolta, di ribellione, di speranza, di libertà, di novità.

Dovrebbe far vedere che l'arte è più forte di tutto, è la cosa più grande ed eterna che esiste e che nessun limite umano naturale (la fine della vita ed il tempo) o artificiale (le banche, le guerre, le nazioni) possono fiaccarla.

Guccini nella stessa canzone in cui diceva che Dio era morto riusciva anche a dire che Dio è risorto e che le generazioni future sarebbero state pronte per cambiare.

Certamente un cantante come Vasco Brondi, nell’attuale scena musicale italiana, ha il grande merito di descrivere in maniera assolutamente commovente la realtà tremenda e precaria in cui viviamo e lo fa in maniera delicata ed innovativa, spiegando che le persone continuano ad amarsi nonostante tutto.

Ma non servirebbe anche qualcuno che dicesse che le cose invece vanno bene lo stesso perchè siamo vivi e viviamo una volta sola e questo, in fondo, è quello che conta veramente?

Che dicesse che comunque la vita è bella proprio perché è unica e che è bello vedere un albero, vedere il mare, vedere le persone che amiamo e conoscere popoli nuovi e scoprire nuovi animali ed innamorarsi e fare l'amore dieci volte al giorno?

Ognuno poi lo direbbe, ovviamente, a modo proprio e secondo le frequenze musicali che predilige.

E fanculo alla crisi ed a quelli che sanno solo parlare della crisi.

venerdì 21 ottobre 2011

Fratelli

Per ora per me non è un periodo semplice.

Sono in una fase della mia vita in cui tante certezze sono venute meno, per varie ragioni.

Forse sono da sempre stato una persona poca preparata per affrontare la realtà e troppo concentrato sui sogni, sulla prospettiva dell’altrove, del superare ad ogni costo il limite.

Adesso invece la realtà mi sta facendo vedere tutto il suo vero volto.

E’ difficile essere forti, ostinati ad inseguire sé stessi, non cedere, continuare a credere nei propri sogni, a non avere paura, a non farsi condizionare dalla maggioranza, dal vento che tira attorno a te.

E’ difficile restare integri, fedeli ai propri sogni, continuare a coltivare ognuno di essi e pensare che solo la capacità di sognare mi ha alimentato finora come energia vitale; solo la capacità di sognare mi ha consentito di essere diverso e di considerarmi una persona speciale.

I sogni vanno difesi, protetti, non vanno lasciati alla mercé di tutti, di un mondo troppe volte cinico, crudele, passeggero, ostinatamente rivolto al profitto, al guadagno, al vantaggio personale.

Sto vedendo attorno a me, in questo nuovo mondo da adulto, troppo egoismo, opportunismo, falsità. Non ero preparato a questo genere di mondo.

Ogni bugia, ogni menzogna porta a qualcuno una moneta in più ma a me porta ancora più dolore nel vedere che siamo sempre pochi a credere nel rispetto, nella lealtà, nell’amore per gli altri.

Io non posso cambiare, non voglio e non riesco a cambiare. E questa resistenza mi produce dei costi, mi crea dei problemi. Perché il mondo lì fuori è diverso da me; è un mondo fatto di pioggia e fango che prova ogni giorno a travolgerti, a farti cadere.

E il crine sottile su cui continuo a volteggiare è sempre lo stesso; perennemente in bilico tra il sentirmi fieramente ed ostinatamente diverso e il considerarmi inadeguato, non attrezzato di fronte ad un mucchio di gente che vuole solo celebrare ogni giorno il rito della guerra e del denaro.

In questa realtà che uccide i sogni c’è una sola parola alla quale possiamo restare ancorati per salvarci, per tenere indenne il nostro rapporto sincero con gli altri. E quella parola è fiducia.

E’ la fiducia che salva l’umanità perché mantiene vivo il legame intimo fra gli essere viventi. E’ la fiducia che consente ad ognuno di noi di abbattere gli steccati di solitudine che la legge del più forte impone ad ogni debole di erigere contro la propria volontà.

E’ la fiducia, è solo la possibilità di avere fiducia in qualcuno o qualcosa che alimenta la vera speranza.

La speranza che non valga solo la legge del più forte, la legge del taglione o quella del Dio euro - dollaro - sterlina.

La speranza invece è che esista, in una piccolissima parte, anche la voglia di costruire e praticare concretamente la legge dell’aiuto ai deboli, la legge del perdono verso chi ti ha creato del male, la legge del dare solo per far felice qualcuno o per alleviare il dolore di qualcun altro.

E’ davvero un desiderio così assurdo? E’ davvero una cosa così retorica?

Io non ci credo perché altrimenti non ci sarebbero il vuoto ed il senso di solitudine che molti di noi hanno quando, per un istante, a bordo di questa macchina impazzita senz’anima, si fermano e cominciano a pensare a quello che potrebbe essere il mondo in cui viviamo e che, per ragioni che non riusciamo a risolvere, ancora non è diventato.

Eppure la vita è una sola. Una sola, unica, irripetibile fase di esistenza.

Ed il tempo che abbiamo è solo questo; è quello che passiamo qui, in questa vita.

In un modo o in un altro, questo è il nostro tempo. Forse troppo corto, insufficiente; dipende dai punti di vista.

Eppure è un tempo in cui possiamo essere tante cose; in teoria, tantissime cose diverse fra loro.

Eppure annulliamo, noi stessi, le nostre possibilità ostinandoci a non voler cambiare il mondo, a non voler mutare un corso di cose che sembra sempre uguale, immutabile; composto di leggi che mettono sempre l’amore, il rispetto, l’altruismo, la solidarietà al secondo posto.

Eppure io dico che la sensazione più profonda che l’essere umano è in grado di provare, nelle sue manifestazioni più elevate, è proprio la partecipazione al dolore degli altri.

Il sentimento di condivisione del dolore degli altri è l’esperienza più importante di una vita intera ed è ciò che elimina, per un istante, il senso di inutilità che ingombra i respiri delle nostre giornate nei momenti di minore spensieratezza.

Se volessimo astrarci un attimo dalla sfera infinita dei nostri bisogni, dalle mode veloci della nostra società, dall’istinto di vedere gli altri come strumenti di soddisfazione di un piacere solo nostro, potremmo elevarci, diventare liberi dalle nostre inutili e piccole pulsioni ed entrare in comunione profonda e radicale con la vita intima di tutte le persone che ci passano accanto ogni giorno.

Eppure gli essere umani, nella nostra società, nella società in cui viviamo, sono oggetti, come i vestiti, le scarpe e le macchine ed il nostro bisogno di sopravvivere e di prevalere ci fa dimenticare che l’origine stessa delle nostre mancanze ed insoddisfazioni risiede nell’incapacità di togliere ai nostri simili l’abito di semplici oggetti per ridare loro la veste giusta, quella che li rende uguali a noi.

La veste che fa di me, che scrivo, un essere umano e di quelli che mi stanno attorno, nel bene e nel male, i miei fratelli.

lunedì 5 settembre 2011

L'esistenza di Dio

Non ci sono argomenti. Non ci sono prove. Non ci sono verità possibili, dimostrabili. Eppure il silenzio prende corpo dalla ricerca angosciata di Dio. Dio inteso come via, come senso, come approdo, come significato, come lampo della notte che illumina il mio vagare.

Siamo stati derisi tutti noi che abbiamo cercato di essere atei, ostinatamente presi a difendere la nostra forza di resistenza contro ogni barriera di irrazionale. Eppure è restata accesa quella sete di verità, quel vuoto incolmato di grandezza, di leggerezza, di forza che lungo la strada ci è sempre mancato.

Abbiamo provato in molti a riempiere il dolore con altri mezzi e abbiamo emulato il nostro bisogno con bisogno d’altro. Nella musica, nell’arte, nella riflessione, nel viaggio abbiamo cercato di bere e abbiamo sempre, ancora di più, avvertito la solitudine.

Eppure non vogliamo giungere alla fine come eterni naufraghi ma forse arrivare ad un punto come reduci, sopravissuti ad una guerra senza nome, ad una battaglia che è solo la nostra e non ha gloria.

La ricerca di Dio. Capire se è davvero solo una favola o se la nostra sete di vivere finirà con la fine dei giorni e porterà con sé il vuoto che non abbiamo saputo abbandonare.

Alcuni dicono che Dio non esiste, che siamo già noi, che è qui e che è in quello che esiste. O forse ancora possiamo dire che la vita è adesso e non c’è altro e siamo un insieme di muscoli e di amore che non ripeterà il percorso due volte e deve perciò godere di ogni frutto che l’albero da sé riesce a donare.

Ma io chiedo dove l’albero trova la linfa, dove il ricordo ha avuto origine e dove qualcosa resterà vivo oltre al mero corso della Storia e del Tempo.

Ho paura anche io a cercare Dio, a coltivare forse un’illusione dolorosa. Ma resto anche io assetato di verità. Non so se sono già stato qualcosa prima di essere questo, non so se queste cose esistono.

So che il corpo, a volte, può non essere presente al mondo e che vi sono pensieri che riescono ad andare più lontano di quello che si vede e si tocca. So che c’è una forza percepibile che vorrebbe essere eterno e vorrebbe amare l’intera umanità e renderla libera. So che c’è una mano che vorrebbe scrivere parole che restino oltre la fine del corpo. So che le giornate, quando arrivano alla fine e appare la notte, sembrano troppo piccole per essere salutate. So che il tempo di una vita è troppo stretto per tenervi dentro tutti i ricordi.

Gli abiti, le convenzioni, le regole, le incomprensioni, i conflitti segnano la misura della distanza dalla verità. La verità è nell’idea umana di unità universale. La vita nella sua forza e misura più profonda che non si ripete ma che si rinnova. L’essere, umano e non umano, che non sarà più e che lascia una traccia di sé. Il vivente che combatte il destino della fine e che vorrebbe vivere per sempre e ricordare in eterno. L’essere che, di fronte a questo sogno supremo, non accetta l’idea di essere solo un tratto di penna su un foglio di registrazione nascite e di registrazione morti. L’essere che “sente” un pezzo di eterno già dentro di sé e lo chiama superbamente Dio.

L'esistenza di Dio

Non ci sono argomenti. Non ci sono prove. Non ci sono verità possibili, dimostrabili. Eppure il silenzio prende corpo dalla ricerca angosciata di Dio. Dio inteso come via, come senso, come approdo, come significato, come lampo della notte che illumina il mio vagare.

Siamo stati derisi tutti noi che abbiamo cercato di essere atei, ostinatamente presi a difendere la nostra forza di resistenza contro ogni barriera di irrazionale. Eppure è restata accesa quella sete di verità, quel vuoto incolmato di grandezza, di leggerezza, di forza che lungo la strada ci è sempre mancato.

Abbiamo provato in molti a riempiere il dolore con altri mezzi e abbiamo emulato il nostro bisogno con bisogno d’altro. Nella musica, nell’arte, nella riflessione, nel viaggio abbiamo cercato di bere e abbiamo sempre, ancora di più, avvertito la solitudine.

Eppure non vogliamo giungere alla fine come eterni naufraghi ma forse arrivare ad un punto come reduci, sopravissuti ad una guerra senza nome, ad una battaglia che è solo la nostra e non ha gloria.

La ricerca di Dio. Capire se è davvero solo una favola o se la nostra sete di vivere finirà con la fine dei giorni e porterà con sé il vuoto che non abbiamo saputo abbandonare.

Alcuni dicono che Dio non esiste, che siamo già noi, che è qui e che è in quello che esiste. O forse ancora possiamo dire che la vita è adesso e non c’è altro e siamo un insieme di muscoli e di amore che non ripeterà il percorso due volte e deve perciò godere di ogni frutto che l’albero da sé riesce a donare.

Ma io chiedo dove l’albero trova la linfa, dove il ricordo ha avuto origine e dove qualcosa resterà vivo oltre al mero corso della Storia e del Tempo.

Ho paura anche io a cercare Dio, a coltivare forse un’illusione dolorosa. Ma resto anche io assetato di verità. Non so se sono già stato qualcosa prima di essere questo, non so se queste cose esistono.

So che il corpo, a volte, può non essere presente al mondo e che vi sono pensieri che riescono ad andare più lontano di quello che si vede e si tocca. So che c’è una forza percepibile che vorrebbe essere eterno e vorrebbe amare l’intera umanità e renderla libera. So che c’è una mano che vorrebbe scrivere parole che restino oltre la fine del corpo. So che le giornate, quando arrivano alla fine e appare la notte, sembrano troppo piccole per essere salutate. So che il tempo di una vita è troppo stretto per tenervi dentro tutti i ricordi.

Gli abiti, le convenzioni, le regole, le incomprensioni, i conflitti segnano la misura della distanza dalla verità. La verità è nell’idea umana di unità universale. La vita nella sua forza e misura più profonda che non si ripete ma che si rinnova. L’essere, umano e non umano, che non sarà più e che lascia una traccia di sé. Il vivente che combatte il destino della fine e che vorrebbe vivere per sempre e ricordare in eterno. L’essere che, di fronte a questo sogno supremo, non accetta l’idea di essere solo un tratto di penna su un foglio di registrazione nascite e di registrazione morti. L’essere che “sente” un pezzo di eterno già dentro di sé e lo chiama superbamente Dio.

domenica 24 luglio 2011

Il G8: agli italiani la Storia non piace.

Dispiace vedere che ancora dopo tanti anni i fatti di Genova siano il pretesto per giochi o accuse politiche.

L’Italia è un paese incapace di esaminare la Storia nella sua obiettività perché il gioco politico è solo quello di creare divisioni, distanze e allentamento della coesione sociale.

Il G8, da tutto quello che è emerso, dalla documentazione riportata dai giornali, dalle tv, dal web, dalle fonti di informazione non ufficiali, dai privati con foto e con telefonini, è stato uno degli eventi più drammatici della storia repubblicana recente.

La distorsione culturale che in Italia imperversa praticamente da sempre per questa divisione politica impedisce all’opinione pubblica di analizzare i fatti senza pregiudizi ideologici. Come diceva Montanelli: "Io non credo nelle ideologie, credo nei principi”.

Ecco, credo allora che dovrebbe essere il riferimento ai principi a guidare il cittadino nel riguardare a tanti anni di distanza quei fatti drammatici. Principi come libertà personale, inviolabilità fisica e psichica, divieto di trattamenti disumani e degradanti che, al di là di ogni valutazione politica dell'origine dei fatti del G8, sono stati costantemente messi in discussione come da tantissimi anni ormai non accadeva.

Il G8 è stato il fallimento della democrazia italiana di quegli anni ed il fallimento, insieme, del processo di democratizzazione della polizia, che veniva sperimentato con tanto impegno ormai dalla riforma degli anni ottanta che ne aveva operato la smilitarizzazione.

Il G8 ha segnato, quindi, una tappa negativa perché ha creato, indelebile, nella memoria un senso di sfiducia della gente verso lo Stato-istituzione e verso le forze dell’ordine, di cui ancora raccogliamo l’eredità.

Il G8 è stato un esempio di violazione dei diritti fondamentali dell’individuo perpetrato dallo Stato nei confronti dei propri stessi cittadini inermi, nel contesto di una serie di ambiguità oggettivamente inspiegabili se non cedendo al vizio amaro del sospetto (libertà d’azione ai black-block, sproporzione dei mezzi adoperati rispetto ai pericoli, disorganizzazione totale delle forze in campo, impiego smisurato di uomini, ricorso a truppe d’assalto).

Eppure, ancora, dopo tanti anni in cui i processi (seppur ancora in corso) hanno iniziato a far emergere responsabilità sul piano giuridico, nonostante la grande massa di documenti di varia natura disponibile per accrescere il livello di informazione; tuttavia, nonostante tutto, l’atto di abiura formale - o semplicemente un atto banale di richiesta di perdono - rispetto a quegli eventi da parte di chi era al vertice organizzativo e politico non c’è ancora stato.

E le persone che politicamente hanno sostenuto le forze organizzative di quel vertice con il proprio appoggio, con il proprio voto o con il proprio consenso personale hanno ancora imbarazzo e difficoltà a pronunciare le parole della resa ed ammettere che si è trattato di uno scandalo senza confini.

Tutto questo, a mio avviso trova una ragione. La stessa ragione per la quale ancora oggi a sinistra è difficile condannare apertamente gli ex-terroristi anche soltanto sul piano morale, alla ricerca sempre di ambigue giustificazioni.

Agli italiani la Storia non piace perché la Storia impone responsabilità senza appello.

Preferiscono la politica perché la politica concede sempre una via di fuga.

martedì 31 maggio 2011

“L’albero della vita” di Terrence Malick. Non un film, una messa.

Leggo da più parti le opinioni di esperti del settore, sento le impressioni della gente, ascolto silenziosamente i commenti di persone vicine anche molto preparate e sensibili.

Eppure continuo a stupirmi che molti ritengano il film di Malick, “L’albero della vita”, un film da non consigliare neppure al peggior nemico, un’esperienza altamente negativa. Io invece continuo a pensare, fin dalla prima impressione in sala, ed ancora adesso, di aver avuto il privilegio di trovarmi in questo periodo storico per poter assistere ad un’esperienza artistica di così alto livello. Per me “L’albero della vita” è una capolavoro di livello assoluto.

Lo considero addirittura il film dei film, una sintesi di tutto quello che c’è stato prima, Malick a parte.

Dicono in tanti che il film riprenda in una sorta di percorso ciclico i precedenti film di Malick, in particolare “La rabbia giovane”, ma anche “Nuovo Mondo”, ma io non ho visto – ancora – nessuno dei due.

Rivedo anche io, senza troppo sforzo, riferimenti immediati al meraviglioso “2001” di Kubrick e penso che proprio da quel film sia necessario partire per capire appieno il film di Malick.

Il film di Malick è il film dei film – secondo me – perché riesce con coraggio ed efficacia ad affrontare il tema dei temi: l’esistenza, intesa come piccolo segmento di vita, di respiro, di presenza nello spazio senza fine dell’universo e dell’eternità. Un tema incredibile ed enorme di fronte al quale il rischio della banalità e dell’ovvietà è veramente dietro l’angolo. Ma Malick a questo mira e questo riesce a rendere con piena onestà.

Da questa prospettiva vanno lette ed apprezzate le scene dei dinosauri, le riprese meravigliose della natura, dei vulcani, degli oceani in movimento, dei pianeti e dei satelliti e persino l’incantevole danza delle meduse. La medusa come parte anch’essa dell’esistente, come i protozoi, come i microorganismi.

Per me tutto questo è una pura estasi.

Il film di Malick, come ho letto, è una specie di messa. Ed io sono d’accordo, in pieno. La solennità sta però non nel rito che al film sembra accompagnarsi. La solennità sta nell’oggetto del film: l’aspirazione alla comprensione di questa eternità che spiega il senso dell’esserci, del continuare ad essere presente nel segmento di universo che al momento presente ogni essere umano e non umano possiede.

La religiosità, dunque, non è un’egemonia del rito, della Chiesa, dell’istituzione. La religiosità è il sentimento che, anche - e direi – soprattutto attraverso l’arte trova espressione in una forma, in una rappresentazione visibile. La religiosità è nell’urgenza di conoscere, approfondire, celebrare in ogni modo il fatto di essere parte dell’esistente e dell’infinità del Tempo.

Il film di Malick, allora, è una celebrazione di questa religiosità, intesa non in senso cattolico, musulmano, ebraico ma in senso pienamente laico, aperto, accessibile a chiunque. I riferimenti alle sacre scritture (la figura di Giobbe), la scena nella Chiesa, una costante presenza divina nei discorsi della madre sono, infatti, patrimonio dell’uomo, non solo del credente; un patrimonio di tutti gli uomini.

La materia del film resta sempre l’uomo ed il suo percorso tormentato verso la verità; un percorso che il credente – evidentemente – farà in una direzione ed il non credente in un’altra. E, tuttavia, un percorso identico: il percorso verso la consapevolezza dell’esistere come essere capace di scelte, di valutazioni, di decisioni, di lotte, di direzioni e del non essere solo un corpo movente buttato nel mondo

Il film ha una struttura ciclica. Si parte dall’inizio della vita, si torna dove tutto ha avuto inizio, con la riconciliazione finale del personaggio con il proprio passato.

Il protagonista vive il suo presente (nella scissione fra l’io che ricorda e l’io che è contenuto di quel ricordo ) in un contesto di smarrimento, di paura, di nonsenso perché è vittima di una società corrotta e lontana dalla natura, dalla bellezza, dalla verità. Il suo percorso interiore nel ricordo ha l’aspetto di un’ascesi, simbolicamente racchiusa nel viaggio in ascensore su e giù nel grattacielo dove lavora.

E nel ricordo la luce ha un ruolo fondamentale: la scena finale sarà quella più nitida perché è lì che giungerà la verità.

Ritorna, allora, con la mente a quel segmento di vita che ha avuto il privilegio di possedere, nel mezzo dell’eternità, fra dinosauri che lo hanno preceduto, meduse che vivono la sua esistenza di parte del Tempo e l’eternità che seguirà poi il corso della sua vita, dopo la sua fine.

Il ricordo è allora rivolto alla propria storia, come è naturale che sia, alle proprie origini.

La figura del padre, americano medio che insegue il sogno del riscatto sociale come obiettivo esistenziale (riferimenti letterari a Faulkner e Steinbeck) - un sogno effimero che si conferma poi nella tragedia della perdita del lavoro e nel trasferimento in altra città (un evento che segna la fine di un’epoca per la famiglia e la fine dell’infanzia per il protagonista) - e che non sa vivere l’amore in maniera naturale ma solo filtrato attraverso schemi sociali preordinati (dirà alla fine “Sono stato un uomo profondamente stolto, ho passato la vita a fare di tutto per meritare l’amore”..).

La madre pura, angelica, ingenua che pone l’amore dei figli al centro di tutto e che però è debole dinanzi al marito.

La figura del fratello che simboleggia i buoni che nel mondo sono destinati a perire, a soffocare, a dare la vita (la lotta del Bene e del Male non è dunque un fatto retorico ma forse la cosa più concreta che esista).

Ed ancora la sua figura stessa di ragazzo ribelle (ritorna “La rabbia giovane”…) che rifiuta i modelli per trovare la propria via, che si smarrisce e prova vergogna nella scoperta del sesso (il furto della vestaglia da notte ed il suo abbandono nel fiume) e prova le esperienza della scoperta del dolore altrui (il ragazzino sfregiato vittima di un incendio), della violenza come condizione quasi naturale di relazione nel mondo degli uomini (il sadismo incontrollabile verso il fratellino più piccolo, verso il soggetto più debole) ma violenza comunque appresa e trasmessa dal padre stesso che, in fondo, della società corrotta è la prima vittima (le scene in cui è costretto vanamente ad imparare a fare a pugni).

Vi è quindi lentamente un percorso di allontanamento dalla natura, dall’età felice, dall’epoca primordiale di simbiosi, dalla verità e di avvicinamento verso la società degli uomini e delle sue leggi che culmina poi (Malick si concentra ovviamente solo sulla fase dell’infanzia ma lascia intendere molte altre cose..) nella maturità amara e triste del protagonista.

Nel mezzo di questo percorso interviene la morte del fratello, che avviene improvvisa e tragica all’età di diciannove anni; lasciando nello sfondo la possibilità concreta che sia avvenuta in guerra (ricostruendo il periodo storico è possibile che, per esempio, si nasconda un riferimento al Vietnam).

La guerra, quindi, come fatto orribile, non raccontato, nascosto, che è la sublimazione della società degli uomini e che miete vittime innocenti. La guerra che cambia profondamente le vite degli uomini (qui, riferimenti ad un altro film capolavoro di Malick, “La sottile linea rossa”; dove la guerra è vista proprio come un prodotto della società degli uomini che interviene sulla natura e sull’essenza interiore di tutti gli esseri viventi).

In tutto questo quadro la natura sembra nella vita del ragazzo essere nascosta dal paesaggio artificiale degli uomini (il quartiere residenziale dell’infanzia, la bella casa dove il protagonista adulto vive, il grattacielo dove lavora) ma più forte, nonostante ciò, di ogni cosa e resta sempre attorno a lui, nella forza rassicurante e nella sua violenza.

La natura è sempre presente nel film, in ogni scena: la presenza del vento che muove le foglie (che simbolicamente evidenzia la debolezza e delle cose esistenti rispetto alla natura stessa), la presenza dell’acqua che uccide (il bambino che annega nel lago) o che dà la vita (la scena della nascita) o che accoglie le paure (il protagonista abbandona la veste rubata nel fiume) o che riconcilia con sé stessi (le onde del mare, placide e tranquille nella scena finale) e così via.

Si è detto che è un film senza trama. Non è argomento veramente decisivo e, tuttavia, la trama esiste. Il film è anche e soprattutto la storia di un uomo che cerca di ricostruire nel ricordo il senso della propria vita, che cerca di ritrovare la propria identità dopo averla smarrita proprio dentro la società degli uomini; un mondo popolato di inganni, tranelli, egoismi, ostilità.

E’ la storia di un uomo che cerca la propria fede, intesa come verità, come senso profondo dell’esistere, dell’essere, in contrapposizione con la violenza distruttrice della tentazione verso il nulla, verso il non essere.

Il protagonista infelice, solo, perduto nel suo mondo presente potrebbe decidere di procurarsi la morte, di scegliere la propria fine. Il film finirebbe lì, è chiaro.

Ma Malick propone una alternativa alla scelta nichilista del suicidio: la ricerca della verità come condizione necessaria del vivere; la lotta verso la verità come senso stesso dell’esistere.

Ed allora è nell’infanzia che la costruzione dell’identità può trovare il suo primo fondamento da cui ogni cosa successiva si sviluppa in modo naturale, inevitabile, coerente.

Torno a quello che ero - sembra dire il protagonista -, ricordo cosa ero per capire cosa sono veramente.

E poi il finale. Una delle scene più belle della storia del cinema.

La riconciliazione – ancora una volta nella natura – con la propria vita, con la propria storia nella presenza di tutto quello che quella vita ha composto. I compagni di viaggio, i fratelli, il padre, la madre e tutto il resto.

Il protagonista scende, dopo questo viaggio interiore, al piano terra con una consapevolezza nuova, ricordandosi, forse, che i problemi che pensiamo affliggano ogni giorno l’uomo e che portano molti a dubitare della convenienza o del vantaggio nel proseguire a vivere sono nulli, se rapportati all’eternità del tempo e dell’universo e, dunque, al privilegio – irripetibile ed unico – di essere vivi e di segnare con la nostra azione una traccia indelebile – come i graffiti sulle caverne (quando ci penso mi emoziono per la genialità di questa cosa …) – sul registro del mondo.

Alla fine il sole si spegne. Una scena che io interpreto (ma forse dovrei rivedere il film) come la fine della vita, come due occhi che lentamente cedono e si chiudono; il sole che si spegnerà un giorno per ciascuno, nessuno escluso.

Eppure quel sole che si spegne non può suonare, dopo aver visto il film di Malick, come un pensiero di tristezza ma solo come un cerchio che ad un certo punto si può chiudere con serenità.

Malick sembra in questo punto rispondere al replicante di “Blade runner”: tutti quei momenti non si perderanno come lacrime nel tempo perché – come dice la figura della madre – bisogna amare e sognare e stupirsi perché senza amore la vita ti sembrerà passare come un lampo.

Ecco, finalmente, il messaggio finale che fa di questo un film epocale.

L’amore chiude il cerchio, è la linfa che nutre l’albero della vita: se vivi amando fino in profondità, amando le tue azioni, il tuo lavoro, la tua arte e, possibilmente, anche i tuoi simili ed il mondo di cui fai parte, il giorno in cui il sole dovrà necessariamente spegnersi non avrai solo il rimpianto del replicante che vorrebbe avere più tempo per apprezzare ancora la vita.

La morte sarà solo l’epilogo naturale di una vita vissuta come un privilegio, un’avventura meravigliosa di un essere che ha capito di essere la porzione di un universo in movimento e non una monade solitaria condannata a trovare espedienti per tirare avanti per qualche anno.

Questo è l’albero della vita raffigurato da Terrence Malick.

Conosci le tue origini, la tua storia - sembra dire Malick - per conoscere te stesso. Sei un albero che dall’amore di altri proviene, nel legame con la terra, con la natura, con il mondo e solo amore i frutti dei tuoi rami possono produrre per dare senso a quello che - in un tempo molto piccolo rispetto all’eternità della storia della vita- sei stato.

E’ un’immagine stupenda, un pensiero enorme.

E’ fin troppo chiaro che un messaggio così alto non può essere contenuto in un contenitore così piccolo quale è un film né essere analizzato in veste di spettatore dentro un cinema.

E’ un progetto fin troppo ambizioso e, forse, Malick ha peccato del peccato dell’ambizione nel realizzare questo film. Ma sarà stato il suo albero della vita ad ispirarlo; e quindi lo possiamo certamente perdonare.

Il film di Malick non merita solo proiezioni nei cinema dove rischia di non essere compreso e di essere maltrattato. Non è un film come gli altri e, quindi, merita dibattiti, studi, libri, proiezioni nelle scuole e nelle università.

Non è un film, è una messa universale, per tutti gli uomini del mondo. Una messa in cui si canta non il rito della Chiese ma quello della vita di tutti gli esseri viventi, di quelli che ci sono stati e di quelli che ci saranno dopo.

Un film che è un pezzo pregiato di questa vita. Breve o lunga che sia, comunque incantevol

sabato 2 aprile 2011

Bambini.

I bambini sono dei piccoli adulti. Spesso il mondo degli adulti dimentica questo elemento fondamentale: i bambini sono uomini e donne già formati. Non evoluti pienamente sul piano fisico eppure già formati, sul piano delle capacità emotive. I bambini sono contenitori di sentimenti, emozioni, desideri, frustrazioni, delusioni. Per la parte dei sentimenti, sono già alla pari con il mondo degli adulti.

Ma il mondo degli adulti è lontanissimo dal mondo dei bambini perché assume la prospettiva fallace secondo cui diventare adulti significhi diventare “non-bambini” e, all’opposto, essere bambini significhi essere “non-adulti”. Niente di più sbagliato.

Credo invece che nella storia di ognuno di noi il ricordo della nostra infanzia ci possa suggerire come al contrario i tratti fondamentali del nostro essere individuale, le nostre curiosità, le nostre forme più radicali di interesse verso il mondo esterno abbiano tutte un’origine antica, pluridecennale.

E questo perché la fase più importante della nostra vita è proprio l’infanzia. Noi siamo quelli che eravamo nell’infanzia perché quella è la fase in cui l’essere umano – in un modo o nell’altro – raccoglie dal mondo esterno una molteplicità di stimoli ed input che lo segneranno in modo radicale. Quella fase è la fase della formazione e dello sviluppo delle capacità celebrali, dei centri di raccolta di informazioni della nostra testa, delle capacità di reazione agli impulsi esterni. Quella è la fase in cui la massa confusa e meravigliosa del corpo umano nel suo stadio iniziale entra lentamente, timidamente a contatto con il mondo e con la vita sociale, con l’ambiente esterno e con la natura, con l’aria, l’acqua ed il mondo animale.

Ed allora pensare questo dovrebbe farci riflettere in primo luogo sull’idea confusa che noi abbiamo dei bambini considerandoli essere “inferiori” in quanto non giunti ancora al nostro stesso stadio di sviluppo fisico e psichico. La costruzione dell’identità e della personalità è chiaramente un percorso lungo che si compone in modo determinante della componente dell’esperienza e del fattore tempo. Ciò non comporta però che il contenuto emotivo profondo che già si presenta in un bambino che muove i primi passi ed emette i primi versi sia, solo per questo, non meritevole di eguale considerazione sul piano del rispetto della personalità o del carattere del bambino.

La seconda considerazione che nasce è che se l’habitat esterno è determinante a formare il tessuto storico fondamentale del bambino sul piano della sua capacità di assimilare gli stimoli e gli input esterni, gli adulti che si trovano ad interagire con bambini in modo costante hanno su di sé una responsabilità enorme sul piano proprio della selezione continua di impulsi positivi per lo sviluppo del bambino-persona.

Sarebbe bello pensare che il bambino non è solo un figlio, un nipote o il figlio di un proprio amico, quanto un essere in fase di formazione che sta iniziando questa meravigliosa esperienza di vita e che anche grazie al contributo - occasionale, frammentario, piccolo - di chiunque può avere una possibilità in più per diventare una persona con maggiore interesse, maggiore sensibilità e maggiore profondità di vedute verso il mondo.

Non esistono buoni e cattivi dalla nascita come alcuni studi vogliono far credere; non sono uno scienziato ma sono piuttosto convinto che l’ambiente naturale sia la componente fondamentale nella vita di un essere umano. Impegnarsi per creare attorno ad una vita che si sviluppa un ambiente non solo protetto e sicuro ma anche improntato costantemente al gioco, alla curiosità, alla scoperta del mondo in un rapporto non di gerarchia e di competizione/scontro tra adulto e piccolo bensì di correlazione-empatia tra “guida” e “recettore” può essere un modo utile per far crescere un bambino felice, oggi, ed un adulto più consapevole e rispettoso degli altri, domani.

Imparo ogni giorno che i bambini ci osservano in tutti i nostri comportamenti e non fanno altro che aspettare; aspettare i nostri gesti, i nostri stimoli, i nostri giochi.

Quando ero piccolo non facevo altro che aspettare anche io le parole degli adulti e spesso trovavo invece nei comportamenti degli adulti una leggerezza ed un distacco che nasceva forse dalla povertà di tempo a disposizione da dedicare al gioco ed anche dalla stanchezza che il lavoro negli adulti comporta.

E’ naturale che non abbiamo la stessa predisposizione di un bambino di due anni sul piano del tempo a disposizione o dell’interesse al gioco o allo stimolo verso la scoperta.

Però, forse, quel tentativo di correlazione tra “guida” e “recettore”, anziché un tradizionale atteggiamento gerarchico – autoritario, potrebbe aiutarci a ricordare che anche noi siamo bambini (nel senso di continuità storica sul piano emotivo - individuale) e che anche loro, dunque, (i bambini) sul piano delle emozioni e dei sentimenti sono adulti quanto noi.

I bambini sono una grande opportunità ed al contempo una grande forma di responsabilità: per creare un mondo di adulti migliori domani e per rendere quello di oggi più popolato da adulti-bambini.